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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 25 gen 2020 0

Stanno morendo le botteghe (lunga vita alle botteghe!), il vino naturale e la sfida del bere locale, meglio i ristoranti rumorosi di quelli silenziosi, anche gli indigenti si meritano cibi di lusso.

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni, commentate.

Se l’Italia perde le botteghe, noi perdiamo l’Italia per come la conosciamo
Carlo Petrini ha la capacità, comune a coloro che a volte ci spingiamo a definire spiriti visionari, di sferzare con le parole e riuscire a toccare determinate corde in modo originale. Questa cosa della crisi delle botteghe non è certo una novità, se ne parla da molto tempo soprattutto per le aree interne e le montagne. E tuttavia la sferzata petriniana in questo caso mi pare molto azzeccata, per una serie di motivi. Innanzitutto perché non c'è dietro un puro slancio "conservatore", come a volte alcuni suoi critici gli hanno rimproverato: nelle sue parole si legge la consapevolezza che modernità vuol dire anche shopping online come fenomeno pressoché inevitabile. Detto questo, è doveroso scoperchiare il vaso di Pandora e dire che oggi il sistema delle consegne a domicilio spesso è fondato su forme più o meno spinte di sfruttamento dei lavoratori, che far viaggiare troppe merci è poco sostenibile e poco sensato, e che il problema vero non sta nell'online vs offline, ma nello strapotere dei colossi che schiacciano le piccole attività. In tutto questo sono d'accordo sul fatto che le piccole botteghe alimentari vadano preservate, non soltanto in quei luoghi lontani e difficilmente accessibili che sono le montagne, ma anche in città. Sono un pezzo della storia e della bellezza italiane, motivo per cui vanno difese con le unghie - Slow Food

Il sottile crinale tra anarchia e bellezza
Sto facendo una cosa insolita per questa rubrica: invece di condividere un articolo comparso online, stavolta aprendo il link vi troverete di fronte al pdf del catalogo di una distribuzione di vini. Non è pubblicità: non prendo un euro da loro, non vi preoccupate. Tuttavia segnalo l'uscita di questo catalogo perché nelle prime pagine c'è un bel pezzo di Diletta Sereni, che traccia una sorta di bilancio del movimento del vino naturale, con parole e argomentazioni molto convincenti. Oltre alle sacrosante riflessioni sul consumo di vini naturali, sul pubblico, sulle mode che a volte sì, sono mode, ma altre volte chissene visto che dietro ci sono comunque curiosità e apertura, c'è un passaggio molto interessante, quello in cui si dice (a ragione) che «scoprire i produttori del lago di Bolsena è un grande spreco se poi riescono a vendere a Roma e a Tokyo, ma non, per dire, sullo stesso Lago di Bolsena». Verissimo: sarebbe una vittoria del vino naturale riuscire a essere consumato perlopiù localmente, cosa che oggi non succede quasi mai. E però non credo che il problema stia nella chiusura della provincia verso questo mondo (secondo me c'è più snobismo in città, dove si trovano tanti consumatori ma anche tanti detrattori): ricordiamoci che spesso in provincia incontreremo meno "soloni", meno pseudo-esperti, meno sotuttoio, e quindi potrebbe esserci addirittura più spazio per fare cultura - Catalogo Arkè

OLTRE CONFINE

Is Restaurant Noise a Crime? Our Critic Mounts a Ringing Defense
Pete Wells, celebre e (giustamente) celebrato critico gastronomico del New York Times, qui affronta un tema che potrebbe sembrare marginale, ma in effetti non lo è. A latere di numerose sue recensioni, infatti, riceve messaggi ed e-mail di disaccordo rispetto a questo o a quel ristorante, e nella maggior parte dei casi si tratta di lamentele sul caos creato dal rumore. Insomma, pare che molti lettori e frequentatori di ristoranti siano infastiditi da un orizzonte acustico un tantino rumoroso. Fatto sta che, come scrive nell'articolo, a creare il rumore in un ristorante sono perlopiù le voci dei clienti, in qualche caso unite a un sottofondo musicale che difficilmente risulta eccessivo. Pete Wells a questo punto svela che proprio il rumore e il chiacchiericcio sono elementi per lui piacevoli, perché segnalano un'atmosfera gioviale e rilassata, per nulla rigida. E in fondo tenderei a dargli ragione - The New York Times

Food-bank users deserve luxuries as well as lentils – just like everyone else
Zoe Williams scrive delle food banks, che in sostanza sono organizzazioni non profit che in UK distribuiscono cibo a chi non riesce a comprarlo da sé perché in ristrettezze economiche. Stiamo parlando di organizzazioni che nel 2011 distribuivano cibo a circa 60.000 persone, e nel 2019 a oltre un milione e mezzo, per intenderci. Ma soprattutto stiamo parlando di realtà in cui si intrecciano un'enormità di temi, dalla privacy delle persone che vi fanno ricorso alla distinione tra carità e sicurezza sociale, dalla crescita del fenomeno all'idea di povertà che veicolano più o meno indirettamente. Dall'articolo emerge però una domanda fondamentale: siamo sicuri che sia giusto donare a queste organizzazioni solo cibi "da poveri" (passatemi il termine)? - The Guardian

IN PILLOLE

Grom chiude le sue gelaterie. Il futuro è nel gelato venduto al supermercato?
A dire il vero Grom sta chiudendo alcune delle sue gelaterie, ma se la tendenza rimarrà questa, c'è da pensare a una svolta netta nella strategia del marchio del gelato acquistato da Unilever. Vedremo - Gambero Rosso

What’s to Hate About Dry January?
Un articolo sull'astinenza dagli alcolici a gennaio, una tendenza molto diffusa negli Stati Uniti, e sul perché alcuni la criticano quando secondo Jaya Saxena ha comunque risvolti positivi - Eater

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