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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 11 gen 2020 0

La degustazione del vino non sarà mai più come prima?, il dolce di Lisbona che a non mangiarlo si fa uno sfregio all'umanità, la resistenza dei piccoli alimentari, la fine della critica gastronomica.

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni, commentate.

Sulla degustazione
L'anno nuovo si è aperto con questo articolo-monstre (per lunghezza, ma non spaventatevi, si legge con grande facilità e leggerezza) di Francesco Falcone, penna che rotea intorno al vino con grande profondità culturale. Sì lo so, il pezzo è del primo gennaio, quindi fresco ma non freschissimo per gli standard di questa rubrica, ma visto il suo spessore contenutistico non potevo fare altro che tornarci sopra, dopo essermelo lasciato sfuggire qualche giorno fa. Si parla di vino e di degustazione, di come sia cambiato il mondo degli appassionati "colti", di come sia cambiato il gusto. Con passaggi di questo tipo (il riferimento è a chi si approccia alla degustazione): «I primi calici bevuti dissimuleranno molto, si giustapporranno gli uni agli altri, sembreranno tutti uguali. Poi, a un certo punto, con un po’ di pratica, un po’ di conoscenza, le giuste letture, qualche viaggio, il continuo confronto e un’assidua scoperta, quei calici cambieranno significato, l’emozione salirà irresistibile e la diga dei sentimenti risulterà infranta, inesorabilmente. Inizierà così, per gioco, la passione “colta” intorno al vino. Da quel momento il vino diventerà un “liquido luna park”: certo non mancherà qualche giostra preferita, ma sarà l’intera, inesauribile possibilità di scelta, a creare dipendenza (non dall’alcol, dai sentimenti)». Insomma, un pezzo molto piacevole e in larga parte condivisibile, anche se nutro qualche dubbio sull'applicabilità di questo approccio al pubblico at large, quello digiuno di formazione vinosa: un pubblico che ha bisogno di essere guidato, e che speriamo sia guidato sempre di più da degustatori come Francesco - Winesurf

Pastéis de Belém a Lisbona: recensione dell’originale Pastél de nata
Devo dire che le nuove (si fa per dire) recensioni di Dissapore generalmente mi convincono. Non tanto o meglio non sempre nelle affermazioni, quanto nel taglio e nei contenuti. Questo è il caso della recensione di Pastéis de Belém, che condivido perché ben scritta e ben argomentata da Nunzia Clemente, ma anche perché risveglia una serie di dolci (è il caso di dirlo) ricordi, legati a una memorabile e purtroppo mai ripetuta vacanza portoghese di qualche anno fa. Lasciando tuttavia da parte le vicende personali, ammetto che trovo il mix tra recensione tout court e racconto molto riuscito: c'è l'opinione, c'è l'analisi gustativa, c'è la storia del locale e un pezzo di esperienza personale narrata con tono scanzonato. Ben fatto - Dissapore

OLTRE CONFINE

What it Takes to Keep Independent Grocery Stores Open in Rural Communities
Anche se questa storia che racconta l'agonia dei piccoli negozi di alimentari nell'America rurale è molto americana, nel senso che mette sul piatto tutta una serie di specificità inevitabilmente legate a quella parte di mondo, ciò nondimeno è una bella pietra di paragone per capire cosa succede e cosa succederà alle piccole attività nelle zone isolate anche qui da noi. In Italia si parla soprattutto di aree interne e montagne, luoghi in cui lo spopolamento sta spingendo tanti commercianti a lasciare, strozzati dall'insostenibilità economica delle proprie microimprese. Ma come sottolinea molto bene Stephanie Parker, la perdita di un piccolo alimentari che è l'ultimo cuore pulsante di una comunità poco numerosa non è solo un evento triste: è il segno del definitivo tramonto di quella stessa comunità, oltre che un rischio per la sicurezza alimentare per gli abitanti del posto, che avranno sempre più difficoltà a trovare prodotti freschi - Civil Eats

The End of the Restaurant Critic Should Worry Anyone Who Likes To Eat
Qui è dove Corey Mintz, ex critica gastronomica in quel di Toronto, rileva come nella capitale dell'Ontario l'addio al Toronto Star di Amy Pataki abbia posto la parola fine sulla critica gastronomica cittadina, che un tempo contava cinque giornalisti a essa dedicati, e ora nessuno. Certo, di mezzo c'è il solito discorso sui social e sui siti di recensioni, che in Nord America rispondono perlopiù al nome di Yelp. E le solite (sacrosante) filippiche contro i giornali che non investono più su questo settore, che effettivamente costicchia se si pretende di lavorare a modo: quando Corey faceva critica, aveva un budget annuale da spendere in ristoranti pari al suo stipendio, quindi costava il doppio di un giornalista qualunque. Però nelle sue parole c'è anche tutta la consapevolezza di come ci si trovi pur sempre di fronte a una perdita importante, una perdita a cui non dovremmo rassegnarci - Heated

IN PILLOLE

Le anguille stanno sparendo, ma smettere di pescarle non è la soluzione
Dopo aver letto questo pezzo di Giorgia Cannarella il mondo delle anguille rimarrà un mezzo mistero, ma almeno avrete speso bene il vostro tempo e qualcosa lo avrete comunque imparato - Munchies

Trapped in while dining out: When white people make me part of their show
Questa settimana sul Washington Post è uscito questo saggio di Osayi Endolyn che fa parte del libro Women on Food, uscito nel 2019. Parla di uscire a cena fuori, e di come i bianchi guardano e trattano gli afroamericani al ristorante. Una lettura consigliatissima - The Washington Post

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