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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 14 mar 2020 0

Suor Germana e il cibo industriale nel disastro degli anni Ottanta, ciò che mangeremo potremo definirlo "pulito"?, perché (e come) scrivere di vino oggi, i camerieri nel mirino di Brexit.

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni, commentate.

Ho provato le ricette di Suor Germana, la suora cuoca più famosa d'Italia
Quello che suona come un esperimento culinario possibile solo in tempi di isolamento, in realtà attraverso le parole di Sara Porro si trasforma in un piccolo viaggio sociologico nella cucina popolare degli anni Ottanta. Suor Germana è venuta a mancare pochi giorni fa (il 7 marzo), e con lei si è spenta l'icona della ricettistica che ha spopolato durante il succitato decennio, e in parte anche durante quello successivo. Al di là dell'interesse per la sua storia personale, e per la Chiesa che pensava (e pensa) di dare solidità all'istituto del matrimonio coltivando le virtù casalinghe delle donne, la parte che ha attirato la mia attenzione è quella sugli ingredienti. Sono convinto da tempo, infatti, che la cucina italiana (ma non solo) abbia subito un colpo durissimo nel momento in cui la ricchezza, la varietà e la comodità del cibo industriale hanno iniziato a sapdroneggiare. Ecco spiegato il perché del proliferare, nei ricettari di suor Germana, di ingredienti in scatola o comunque altamente processati. Oggi la tendenza è quella di un ritorno alla genuinità delle origini, e meno male. Ma per una ventina d'anni abbiamo preso sonori schiaffoni - Munchies

Clean Food, cos’è e perché salverà il mondo: Il destino del cibo
Ho comprato il libro di Agnese Codignola qui recensito da Federico Di Vita qualche giorno fa, in tempi non sospetti. Ora direte che di tempo per leggerlo ne dovrei avere, e invece vi rispondo che ne ho meno di prima, ma qui entriamo nel personale e preferisco chiudere subito la parentesi. Lo leggerò con curiosità, promesso. Intanto mi torna utile (e può tornare utile anche a voi) scorrere la recensione qui condivisa, perché ne riassume bene il taglio e i contenuti. Parto però da una premessa. I lettori più fedeli si ricorderanno che un paio di anni fa, esattamente il 10 febbraio del 2018, in questa rubrica pubblicai il link di un estratto dal libro di Paul Shapiro Clean Meat, che parla di carne in vitro. Mi lamentavo allora, e mi lamento oggi, dell'uso che viene fatto dell'aggettivo "pulito": a me pare un po' subdolo, quasi da marchettari senza scrupolo, dire che il cibo fatto in un certo modo è pulito, come se quello fatto altrimenti fosse sporco. Mi pare un'estensione impropria del concetto petriniano di pulito, che si riferisce invece (semplificando) a un'agricoltura sostenibile, priva o quasi di sostegno chimico. Insomma, il libro ci dovrebbe spiegare come mangeremo in futuro, e mentre penso che la tecnologia alimentare spingerà sempre di più in direzione di un cibo etico ed ecologico, dall'altro lato continuo a guardare con sospetto un sistema che in fondo ha più a cuore il profitto (anche se ammantato di etica ed ecologismo) che qualsiasi altra considerazione. In tutto questo credo che sopravviveranno gli artigiani, o perlomeno me lo auguro. Così come non sono scomparsi i libri. E spero che l'industria non si mangi tutto - Dissapore

OLTRE CONFINE

Why Start a Wine Site, of All Things, at This Crazy Moment?
La domanda che compone il titolo dell'articolo, perché aprire un sito che parla di vino in questo momento, avrebbe una riposta facile facile: perché presumibilmente avremo tutti (o quasi) più tempo per leggere. Il retroscena: Melissa McCart intervista Jason Wilson, che, per l'appunto, ha deciso di inaugurare un progetto editoriale su Medium focalizzato sul vino. Si chiama Planet of the Grapes (nome che a me piace molto, immagino che l'assonanza l'abbiate colta) e da oggi va visitato, cliccato, letto. Ma oltre alla fondamentale segnalazione, nell'articolo emergono una serie di spunti sulla scrittura legata al vino che vale la pena approfondire. A partire dal fatto che a parte alcune felici eccezioni ci siamo incartati tutti in tre direzioni: la scrittura sul vino for dummies, che verrebbe da dire "anche basta", quella molto anglosassone che vive di punteggi, e quella iper-tecnica. Come Wilson sottolinea abilmente, là fuori c'è un mondo di bevitori che non sono dummies né esperti/professionisti, un mondo che ha sete di vino ma anche di una conoscenza abbordabile ma non superficiale. Insomma, è sempre una questione di sfumature, e ben vengano le proposte in grado di farcele vedere - Heated

It takes skill to work in a restaurant. Try telling that to the Home Office
Certo, ora stiamo tutti parlando di quella cosa là, e non potrebbe essere altrimenti, visto quanto sta sconvolgendo le nostre vite, il nostro quotidiano. Ma prima che i ristoranti inglesi chiudano, perché lo faranno anche loro, vale la pena leggersi questo editoriale di Jay Rayner sul tema Brexit. Si parla di come tra le categorie di lavoratori unskilled (non specializzati) e per cui gli stranieri non potranno più fare richiesta di impiego in UK c'è quella del cameriere, così come ci sono quelle di altre figure del mondo dell'ospitalità. Rayner dice due cose sacrosante: il cameriere è tutto meno che una figura unskilled, e il fatto che spesso sia poco pagato è una stortura del sistema, non la certificazione della sua non specializzazione; il mondo della ristorazione britannica, in cui i camerieri stranieri raggiungono in certi casi anche l'80% della forza lavoro, se si continuerà su questa strada subirà una seconda violenta scossa, dopo quella della pandemia - The Guardian

IN PILLOLE

Michel Roux, il francese che ha insegnato l’alta cucina agli inglesi
Nel frattempo ci ha lasciati un altro pezzo da novanta, quel Michel Roux che ha reso un po' francese un pezzo importante della Gran Bretagna. Lo ricorda magistralmente, as usual, Gabriele Zanatta - Identità Golose

Pause déjeuner moment sacré
Piccolo momento tristezza. Una serie di foto in bianco e nero che ritraggono persone che mangiano insieme. Ci ricordano che uno degli aspetti più duri dell'isolamento è rinunciare alla convivialità, allo stare insieme a tavola - Libération

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