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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 01 feb 2020 0

I ristoranti discriminano le famiglie (era ora di dirlo), il razzismo anticinese passa anche dal cibo, perché dobbiamo preoccuparci quando chiudono "i piccoli", se l'agricoltura che stiamo immaginando fosse sbagliata?

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni, commentate.

Bambini al ristorante, che piaga sociale. Ma la colpa è dei ristoratori
Il commento a questo articolo che mi viene naturale proferire è: amen. Valentina Dirindin qui affronta un tema annoso, spesso oggetto di attenzione per commentare con tono semiscandalizzato le notizie sui ristoranti che non accettano bambini o per indignarsi di fronte alla maleducazioni di certi pargoli & genitori. Però c'è sempre stato un però: buona parte dei ristoranti italiani non è adatta ai bambini, e a me (che ho due creature) questa cosa in fondo suona un po' discriminatoria. Avranno pure loro il diritto di sentirsi a proprio agio a cena fuori, no? Al di là di ogni facile ironia, credo veramente che anche la ristorazione di fascia medio-alta potrebbe beneficiare di un approccio più baby-friendly. Sarebbe un passo in avanti in quanto a civiltà, rimanendo ferma la necessità di avere a che fare con bambini (e adulti) ben educati. E visto che si parla spesso di accoglienza, essere accoglienti anche con le famiglie potrebbe essere una buona idea - Dissapore

La paura dei ristoranti cinesi è razzismo puro
Negli ultimi anni, ma non solo, noi italiani abbiamo dato prova di un razzismo più o meno strisciante in diverse occasioni, e pure con una certa continuità. E lo abbiamo fatto in differenti campi, quello del cibo compreso. In questa rubrica ho segnalato più volte lo sciovinismo gastronomico che ci caratterizza, sia quando andiamo all'estero e torniamo a casa con pareri assai critici sulle cucine locali, sia quando rimaniamo tra i nostri confini e carichiamo di miti e pregiudizi le cucine etniche che incontriamo. Ciclicamente escono accuse pazzesche contro il mondo del kebab, ad esempio. E ciclicamente i ristoranti cinesi vengono additati dei peggiori abomini. Ebbene, dietro tutto ciò, come sottolinea abilmente Dario De Marco in questo articolo, nel 99,9% periodico dei casi si cela un razzismo esplicito. E in questi giorni di fobia per il coronavirus il fenomeno pare ancora più evidente. Mi chiedo se riusciremo mai ad avere (e mi riferisco alla massa degli italiani, non alla piccola bolla degli appassionati di gastronomia) un rapporto sano con il cibo degli altri. Il fatto è che per ora non mi pare che ci siano da nutrire molte speranze - Esquire

OLTRE CONFINE

Fairy and What We Mourn in a Store
Questo pezzo ha qualche giorno in più sulle spalle, ma da groupie di Adam Gopnik valeva la pena condividerlo ugualmente. Si parla della chiusura di una piccola catena di negozi newyorchese. Fairy univa popolarità, democraticità, prezzi abbordabili e selezione gastronomica fatta come dio (se esiste) comanda. Lo shock della chiusura diventa l'occasione per riflettere sulle botteghe e sui negozi, sul ruolo che hanno sulle comunità locali, e sulla spinta che stanno imprimendo l'online e le grandi catene. Gopnik scrive: «ogni studio storico e insieme di dati delle scienze sociali dimostra che la relazione tra il capitale sociale — tutte quelle istituzioni fatte di spazi comuni e fiducia, di incontro casuale e memoria condivisa — e un governo democratico sano è legata e correlata in profondità, quanto due elementi possono esserlo. Di conseguenza la dislocazione degli spazi comuni nell'etere dell'online, sebbene sia senza dubbio capace di risolversi in modi sorprendenti che ancora non conosciamo, è qualcosa di cui facciamo bene a preoccuparci». Serve aggiungere altro? - The New Yorker

What If We’re Thinking About Agriculture All Wrong?
E se il modo in cui stiamo immaginando l'agricoltura fosse completamente sbagliato? Questa è la domanda da cui origina l'articolo di Elspeth Hay, che si occupa di restoration agriculture, che tradotto suona come agricoltura restaurativa. Lo fa raccontando le storie di Mark Shepard e Marcie Mayer: il primo ha dato forma alla sua idea di fattoria alberata, piantando noci, castagni, alberi da frutto, tra cui scorrazzano diverse razze animali allevate; la seconda ha rivitalizzato la coltivazione delle querce in un'isola greca, realizzando una farina commestibile con le ghiande. Al di là delle specifiche esperienze, entrambi sono convinti che coltivare gli alberi, che non hanno un ciclo vitale annuale, sia molto più sostenibile che coltivare riso, grano e mais, per esempio. E siccome pare inevitabile mettere in discussione i nostri modelli di sviluppo agricolo attuali, anche spunti come questi diventano importanti - Heated

IN PILLOLE

Altri contadini
Di fronte al pezzo di Fabio Pracchia questa volta dico davvero (e laicamente) amen, e basta - Slow Wine

La compra de pan como acto de resistencia
Per ricollegarci all'articolo di Gopnik, vale la pena leggersi anche questo contributo di Anna Argemi - El País

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