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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 30 nov 2019 0

Se il Tavernello è buono muore la critica, la gastronomia del senza, la lista che segnala i ristoranti virtuosi, l'urban farming come occasione di riscatto sociale.

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni, commentate.

Lo strano caso del Tavernello e della scomparsa della giuria
Da giorni il mondo del giornalismo e della critica enologica è sconquassato da una polemica strisciante, nata in seguito a uno spot confezionato da Caviro per pubblicizzare il Tavernello. Nello spot ci sono tre presunti giudici, Luca Gardini (sommelier campione del mondo nel 2010), Alessandro Pipero (patron di un ristorante stellato) e Andrea Gori (ristoratore, critico, giornalista), che fanno da giuria a una serie di "aspiranti sommelier" a cui viene chiesto di distinguere il Tavernello tra i vini che verranno loro presentati, che in realtà sono tutti Tavernello. Ora, al netto di alcune stupidaggini che sono circolate, il problema non è tanto che i tre giudici in questione, che si presume abbiano bene in mente cosa sia un vino di qualità, si siano prestati a sponsorizzare un vino indubbiamente mediocre, se non scadente, oltre che simbolo di un'idea enologica industriale e a tratti svilente della ricchezza vitivinicola italiana. Liberissimi di farlo. Il problema vero, che emerge anche in alcuni passaggi di questo bel pezzo di Pietro Stara, è che hanno venduto il loro nome a un messaggio profondamente sbagliato, quello secondo cui la critica (leggi anche: l'intermediazione degli esperti) non ha senso di esistere o comunque è poco credibile. Questo perché se in assenza di pregiudizi e condizionamenti il Tavernello è buono, crolla tutto davvero - Vinoestoria

Senza le cose che fanno male
Quello di Francesco Longo è un pezzo tutto sommato breve che, visto il tema, avrebbe potuto essere senz'altro più articolato. Parla di cibo, ma non solo. Racconta in buona sostanza la mania contemporanea del "senza", che sul versante alimentare è più esacerbata rispetto ad altri ambiti. Insomma, la nostra identità di consumatori oggi si abbevera al pozzo del cibo senza conservanti, senza glutine, senza coloranti, senza... un po' di tutto. Come scrive Francesco, «assenza di un elemento scomodo in un prodotto alimentare non è solo sintomo di un cibo salutare, ma è la porta per la sobrietà, è la possibilità di sposare la Natura: esiste qualcosa che va oltre i prodotti biologici, e si tratta di ciò che è depurato, spoglio, immacolato, senza ombre». Il problema è che questa mania del senza è diventata mania, appunto. E il rischio è che a forza di rinunciare a tutto ci troveremo ad acquistare delle scatole vuote o una manciata d'aria, se non ritroviamo un po' di equilibrio - Rivista Studio

OLTRE CONFINE

What Does 'Good Food' Really Mean?
Good Food 100 è una lista di ristoranti americani. Una lista, però, molto diversa da quelle oggi più note, che premiano l'eccellenza culinaria in giro per il globo tra stelle, cappelli, e cerimonie simil-hollywoodiane. Sì perché Good Food 100 si basa sulla valutazione di tre aree di impatto di un ristorante: la scelta e l'acquisto del cibo, che deve essere buono, certo, ma soprattutto pulito e giusto, realizzato quindi da artigiani virtuosi; le pratiche commerciali; le condizioni lavorative. Insomma, abbiamo a che fare con una lista dei buoni ristoranti, e con il termine buoni definiamo quei locali che sono un modello per le buone pratiche nell'articolata filiera gastronomica, in cui si posizionano al centro. L'articolo di Monica Burton, che contiene un'intervista alla co-fondatrice Sara Brito, chiarisce bene nascita, sviluppo e impatto culturale e sociale del progetto. E fa venire in mente che forse liste, classifiche e guide con un approccio di questo tipo potrebbero trovare spazio anche nel resto del mondo – Eater

Meet the activists bringing urban farms to one of America's most deprived cities
In questa rubrica ho segnalato più volte articoli che sottolineano come il cibo possa essere un importante tramite di riscatto culturale e sociale. È esattamente quanto è successo a Cleveland, in Ohio, una delle città americane in cui la ghettizzazione della popolazione di colore è più accentuata, e dove ci sono interi quartieri che vengono definiti food deserts, perché privati di un normale e regolare accesso al cibo: per ampie zone c'è solo junk food altamente processato. Quello che si può ottenere con un orto urbano in queste condizioni ha dell'incredibile. In questo articolo Nina Lakhani racconta l'esperienza di Rid-All partnership, che ha fatto risollevare la testa a un bel po' di persone e ha combattuto uno dei maggiori problemi della povertà, vale a dire la mancanza di cibo e la cattiva alimentazione – The Guardian

IN PILLOLE

Gli allevatori contro la carne vegetale
Da troppo tempo non parlavo di carne vegetale o carne in provetta, quindi rieccoci sul tema. Questa volta con il punto di vista degli allevatori - Il Post

Drink Up, Calm Down
Ancora Eater, per due segnalazioni sulle solite tre in lingua inglese, questa settimana: qui abbiamo un bel longform che parla della nuova tendenza a commercializzare bevande di più o meno timida derivazione erboristica che fungono da antidoto a questa nostra epoca dell'ansia - Eater

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