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La carota selvatica, ma non troppo

di Franco Lodini 14 ott 2019 0

Storia e fortuna (anche artistica) di uno degli ortaggi più conosciuti e famosi.

Se vedete in questo periodo dei prati o dei campi abbandonati con tanti fiori bianchi a ombrello e, se quando ne uscite, siete pieni di piccoli affarini che si attaccano a tutti i vostri vestiti non ci sono dubbi: siete entrati in un campo di carote selvatiche! La carota selvatica (Daucus carota) è un’infestante, si trova dappertutto e in quasi tutte le zone del mondo, negli incolti, nei prati, ai bordi delle strade, in genere negli ambienti aridi fino ai 1400 m.

Facciamo un po’ di chiarezza: è una pianta bienne (a volte anche annua), dall’aspetto molto variabile, con molte sottospecie, a volte si presenta compatta e slanciata, a volte si espande orizzontalmente; la radice lunga è a fittone di colore biancastro, legnosa e non così carnosa come la varietà coltivata; raggiunge l’altezza di circa 80-100 cm. Anche le foglie presentano una grande varietà di forme, soprattutto pennatosette alla base − quelle del fusto −, divise in lacinie lineari-acute (sulla forma delle foglie v. istruzioni per l’uso alla senape). L’infiorescenza è un’ombrella i cui piccolissimi fiori hanno petali bianchi, qualche volta rosa; fiorisce da aprile e ottobre e un segno distintivo è il fiorellino centrale di color porpora-nerastro. I frutti sono acheni (v. istruzioni per l’uso alla rosa canina), muniti di piccole setole quasi spinose che si attaccheranno facilmente ai vostri vestiti. Un altro importante carattere distintivo è che tutta la pianta, ma soprattutto la radice, se grattata, emana l’inconfondibile e unico profumo della carota.

Inutile soffermarsi troppo sulle qualità conosciutissime di questa pianta che la cura e l’abilità dell’uomo hanno trasformato in uno degli ortaggi più comuni, tra quelli coltivati e venduti; la carota attuale, con la radice più carnosa e arancione, ricca di carotene è stata “creata” da selezioni nel XVI sec. sembra dagli olandesi: era già presente nei loro mercati nel 1600. Ha un’azione lievemente diuretica e decongestionante, che si usa anche nella cosmesi per migliorare lo stato delle pelli secche e screpolate e per favorire l’abbronzatura. Noi useremo qualche foglia primaverile tenera per aggiungere aroma alle nostre misticanze crude, mentre le foglie meno tenere invece possono essere aggiunte tutto l’anno a quelle da cuocere. La radice legnosa e nodosa di colore biancastro, si può mettere nelle misticanze da cuocere per dare sapore, un po’ come l’osso per il lesso, poi si leva. Curiosità: per la sua forma “fallica” era anche ritenuta (a torto) afrodisiaca e adatta per curare l’impotenza maschile; il fiorellino centrale dell’infiorescenza, color porpora-nerastro, veniva qualche volta impiegato dai miniaturisti del Medioevo per creare un inchiostro nero.

Istruzioni per l’uso - nota di disambiguazione tra carota e cicuta

Per evitare possibili confusioni con la cicuta (Conium maculatum L.), che appartiene alla stessa famiglia delle Umbelliferae e divide lo stesso areale di diffusione e habitat della carota, è utile segnalare le principali differenze tra le due piante:

- l’altezza: la carota selvatica può arrivare fino a ca. 80/100 cm, la cicuta è molto più alta, di solito ad altezza umana, fino a ca. 200 cm;

- il fusto: il fusto della carota selvatica è generalmente peloso e può presentare delle striature verticali rosse (lungo l’asse del fusto soprattutto alla base), la cicuta invece ha un fusto glabro e lungo il suo asse delle macchie/chiazze sempre di colore rosso (da cui il nome latino della specie: maculatum);

- il fiore: i raggi delle ombrelle della carota sono tra 20 e 40, quelli della cicuta di meno, tra 8 e 20. La carota inoltre presenta al centro dell’ombrella un fiorellino nero, porpora-nerastro che se si schiaccia tinge la mano di nero. N.B. La subspecie Daucus carota subsp. drepanensis (Arcang.) Heywood, presente nel nostro territorio, oltre ad essere di dimensioni ridotte (ca. 20 cm) non ha il fiorellino nero centrale!

- i frutti della carota sono acheni ellittici, spinosi e si attaccano ai vestiti, quelli della cicuta sono ovati, appiattiti ed irregolarmente solcati con coste prominenti e non si attaccano ai vestiti;

- le radici della cicuta sono simili a quelle della carota ma presentano striature orizzontali;

- l’odore: tipicamente aromatico e che “sa di carota” per la carota selvatica, mentre l’odore della cicuta è fetido (qualcuno parla di “odore di topo”) per cui la certezza matematica che si tratta proprio di una carota è grattare un po’ la radice (anche se tutte le parti della pianta profumano di carota) e farne sprigionare i caratteristici oli essenziali presenti.

Si dice che Socrate si avvelenò con la cicuta ma probabilmente fu un misto di sostanze vegetali velenose a dargli la morte, accuratamente preparate e sminuzzate: la cicuta doveva servire a non causare una morte istantanea ma a rendere insensibile piano piano il corpo umano partendo dalle estremità, mentre chi aveva assunto il veleno poteva ancora conservare le piene facoltà mentali. I sintomi dell’avvelenamento sono ben descritti nel Fedone: “Egli, allora [dopo aver bevuto la ciotola con il veleno], andò un po’ su e giù per la stanza, poi disse che si sentiva le gambe farsi pesanti e così si stese supino come gli aveva detto l’uomo del veleno il quale, intanto, toccandolo dì quando in quando, gli esaminava le gambe e i piedi e a un tratto, premette forte un piede chiedendogli se gli facesse male. Rispose di no. Dopo un po’ gli toccò le gambe, giù in basso e poi, risalendo man mano, sempre più in su, facendoci vedere come si raffreddasse e si andasse irrigidendo. Poi, continuando a toccarlo: «Quando gli giungerà al cuore» disse, «allora, sarà finita». Egli era già freddo, fino all’addome, quando si scoprì (s’era infatti coperto) e queste furono le sue ultime parole: «Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio, dateglielo, non ve ne dimenticate.»”


Le erbe nell’arte: Forse la carota, grazie alla sua forma e al colore, è uno degli ortaggi più rappresentati nelle opere d’arte, basti pensare a tutte le nature morte con frutta e verdura, ai famosi quadri di Arcimboldo e ai quadri del Cinquecento e del Seicento dove sono rappresentate scene di mercati (qui ne trovate tantissimi: http://www.carrotmuseum.co.uk/art1.html). Quello che però voglio proporvi è un affresco che si trova a Ostia Antica, all’interno del Termopolio (una sorta di bar dell’epoca) dove la carota viene mostrata su un piatto per essere offerta come cibo di strada agli avventori.

Affresco all’interno del termopolio di Ostia Antica
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