SOTTOPIATTO Cibi & Ricette

Elogio della borsa di pastore

di Franco Lodini 13 gen 2020 0

Alla scoperta dei molteplici tesori di questa pianta spontanea che si trova sempre, dovunque e comunque.

La borsa di pastore (Capsella bursa-pastoris) è una pianta annuale o biennale con fusti eretti e generalmente glabri, le foglie basali hanno un breve picciolo e sono lanceolate; se stropicciata emana un odore solforoso, tipico di tutte le piante della famiglia delle Brassicaeae, come i cavoli, i broccoli e le rape.

Questa piantina molto tosta, resistente sia al caldo che al freddo, è considerata un’infestante e si trova dappertutto: negli orti, nei vigneti, nelle radure in mezzo ai boschi, lungo vecchi muri ma soprattutto negli incolti, fino a 1800 metri; si è diffusa dappertutto, mescolandosi alle coltivazioni di grano. I fiori, di colore bianco, continuano a fiorire tutto l’anno e hanno quattro petali; i semini (da cui un tempo si ricavava anche olio, quando non c’era di meglio) cadono continuamente non appena nascono, per questo il ciclo di fioritura dura tutto l’anno. I germogli fioriti si possono usare come altre Brassicacee per fare dei sughi per la pasta, saltati in olio evo e aglio. Le foglie più vecchie e dure le useremo mescolate ad altre nelle misticanze cotte, un uso documentato in molti paesi.

Ma è il frutto la parte più caratteristica e inconfondibile di questa piantina, una siliquetta (v. sotto, nelle istruzioni per l’uso, il significato) triangolare che dà il nome alla specie: “borsa di pastore” perché assomiglia alla scarsella, una piccola bisaccia, un sacchettino di pelle che i pastori tenevano legato alla cinta. Più carino è invece uno dei nomi popolari inglesi della pianta: mother’s heart (cuore di mamma, strano scoprire gli inglesi più “mammoni” degli italiani…) sempre per la somiglianza del frutto a un piccolo cuore.

I semi della borsa di pastore, se bagnati, diventano vischiosi e mucillaginosi (sul significato e l’importanza della mucillagine clicca qui) e catturano così numerosi insetti, attribuendo alla pianta la fama di “protocarnivora”, cioè che attira e uccide gli insetti ma che non è in grado di digerirli. I botanici comunque ancora non hanno scoperto i vantaggi che trae la pianta da questa sua abilità…

Ma nella “scarsella” del pastore ci sono numerosi altri tesori: i flavonoidi per esempio, considerati ottimi antiossidanti, poi ci sono olii essenziali solforati, alcaloidi, acidi organici e molte sostanze utili nella cura delle infiammazioni, e questo lo si sapeva già nel 1700, come scriveva l’autore dell’Herbario Castore Durante, a proposito della borsa di pastore: Infiammata iuvat, stringit, refrigerat.

Un’altra curiosità: i semi facevano parte dell’ultimo pasto trovato nello stomaco dell’uomo di Tollund, ma un uso culinario più particolare che sopravvive ancora ai giorni nostri fa parte di una ricetta tradizionale giapponese. Si tratta del Nanakusa no sekku, una specie di porridge di riso con sette erbe che è tradizione mangiare all’inizio del mese di gennaio; la preparazione rituale prevede il taglio delle sette erbe il mattino presto; questo cibo serviva a tenere lontano il male all’inizio dell'anno, con il verde beneaugurante delle erbe che d’inverno non erano certamente copiose. E indovinate che erba c’era nella composizione? È ovvio, la Nazuna, cioè la nostra cara borsa di pastore, che si trova sempre, dovunque e comunque.


Istruzioni per l’uso: la Capsella bursa pastoris, come detto, fa parte della grande famiglia delle Brassicaceae, ortaggi tra i primi che l’uomo ha imparato ad addomesticare e coltivare, tantìè che ne troviamo moltissimi in commercio, tra i quali, nella nostra alimentazione e cultura gastronomica tradizionale possiamo annoverare: il cavolo, il cavolfiore, i broccoli, le rape. Le Brassicaceae sono ricche di sostanze utili nelle malattie degenerative e il loro effetto protettivo è conosciuto da tantissimo tempo, basti pensare che sono presenti in alcune pitture rupestri di caverne in Francia. I loro frutti, caratteristici di questa grande famiglia, si chiamano silique e siliquette (la differenza è nella lunghezza, che nella siliqua supera tre volte la larghezza, mentre nella siliquetta è uguale o ha l’aspetto cuoriforme come nel caso della nostra borsa di pastore). A maturità questi frutti si aprono liberando i semi, e si chiamano deiscenti.


Le erbe nell’arte:

Pieter Bruegel “il vecchio” (per distinguerlo dal figlio che aveva lo stesso nome, detto perciò “il giovane”) nacque probabilmente a Breda, nel 1525/1530 ca., morì a Bruxelles nel 1569 e fu tra i più importanti pittori del cosiddetto Rinascimento fiammingo. Non si sa molto della sua vita ma sicuramente fu in Italia tra il 1551 e il 1555, dove poté ammirare le opere dei più famosi pittori rinascimentali. Nei suoi quadri ricorre spesso la cultura contadina, ritratta con ironia e simpatia in numerosi episodi quotidiani (le danze, le nozze, i banchetti ecc.), in maniera dettagliata (come solo i pittori fiamminghi sapevano fare) e con il gusto del particolare, quasi iperrealista.

Tra i suoi soggetti preferiti ci sono dunque contadini e pastori, simbolo di una vita rurale semplice e genuina ed è proprio in un quadro di questo genere che troviamo la nostra “borsa di pastore”. In questo caso pende dalla gonna gialla di una donna che balla sulla destra del quadro e di una bambina sulla sinistra: si vede proprio che nel mondo matriarcale dei contadini e dei pastori erano le donne a tenere i cordoni della borsa…

Pieter Bruegel il Vecchio, "Danza di contadini", 1568 ca.; olio su legno di quercia (114 x 164 cm), Vienna - Kunsthistorisches Museum
COMMENTI (0) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Non ci sono commenti