SOTTOPIATTO Cibi & Ricette

Alla scoperta dell’oro giallo che illumina i prati

di Franco Lodini 10 mar 2020 0

Proprietà, usi gastronomici e curiosità di questo ranuncolo commestibile dalle mille sfaccettature.

Un bellissimo fiore color giallo brillante e luminoso che splende nei prati primaverili, ma quando fiorisce non è più il caso di raccogliere questa piantina che diventa tossica. Imparate allora a riconoscere bene le foglie lucide e un po’ grasse, con lunghi piccioli (anche fino a 10 cm), che qualche volta hanno una macchia scura al centro e lungo la nervatura principale. Stiamo parlando del favagello (Ficaria verna o Ranunculus ficaria), una pianta alta fino a 30 cm, dal fusto cavo, interamente glabra. I fiori sbocciano tra marzo (a seconda della latitudine anche prima) e maggio e sono solitari su un lungo peduncolo situato all’ascella della foglia, con 8 o più petali, dal colore giallo brillante e 3-4 sepali verdastri; i frutti sono acheni, pelosi o irsuti.

Prima della fioritura invece, le sue foglioline sono ricche di vitamina C e con il loro sapore un po’ acre sono particolarmente adatte a essere gustate nelle misticanze crude o cotte, mescolate ad altre specie. Una fogliolina decora e accompagna gradevolmente anche i formaggi freschi. Essendo una pianta perenne (sulla durata del ciclo vegetativo delle piante, vedi qui) e infestante, molto diffusa nei prati e nei campi umidi di tutta Italia, fino a 1400 m, potete anche raccogliere in quantità i tubercoli delle radici (sembra che il nome “ficaria” derivi proprio dalla forma di piccoli fichi che hanno i tubercoli), meglio quando la pianta non vegeta più, perché così i tubercoli, che sono la sostanza energetica di riserva della pianta, sono più grossi e succulenti. Lessateli e conditeli, scoprirete un nuovo sapore, così facevano i nostri antenati di campagna, in tempo di carestia o di guerra, a volte trasformandoli in una farina di emergenza. Anche i boccioli sono buoni prima della fioritura, tenuti nel sale una mezza giornata, si lavano e si mettono sottaceto per un mese: qualcuno sostiene che sono più buoni dei capperi!

Attenzione! Non usare la pianta durante e dopo la fioritura, soprattutto quando si formano i semi: tutta la pianta sviluppa una sostanza alcaloide, l’anemonina, tossica per l’uomo ma sembra anche per le api, che ignorano i fiori anche se appariscenti. I ranuncoli sono tutti tossici, questo è l’unico le cui foglie sono edibili prima della fioritura. Se vedete i fiori allora, memorizzate il luogo e tornate in un altro periodo dell’anno: d’autunno per raccogliere i tubercoli e all’inizio della primavera per prendere le foglie.

Istruzioni per l’uso: l’arte di raccogliere e usare le erbe spontanee per l’alimentazione ha un nome preciso: fitoalimurgia, dovuto agli studi di un botanico fiorentino, Giovanni Targioni Tozzetti, che nel 1767 pubblicò un trattato, De alimenti urgentia, in cui descriveva le piante e le erbe di cui si nutrivano le persone delle campagne toscane nei periodi di carestia. Il nome alimurgia diventò poi, nell’opera Phytoalimurgia Pedemontana, del botanico piemontese Oreste Mattirolo, pubblicata nel 1918 fitoalimurgia, cioè “l’azione di nutrirsi con le piante” che è usata ancora oggi. Entrambi i botanici parlano della commestibilità del favagello, sempre però da usare con attenzione!


Le erbe nella letteratura: nessuno ha mai parlato di questa umile pianta, che però non poteva non ispirare un poeta per la bellezza del suo fiore: Umberto Piersanti (nato a Urbino nel 1941), che ha scritto una poesia dedicata proprio a questa pianta:

Il favagello

è d’un giallo squillante, nessun fiore
l’uguaglia anche se prendi l’anno intero
copre a febbraio i greppi
verdissima è la foglia
umida sempre un poco e immacolata
quando la neve cade che ritarda
il favagello resta sotto intatto

se sta sotto la neve tre giorni sani
e viene una ragazza che lo coglie
dinnanzi alla specchiera, in un bicchiere
col gambo dentro l’acqua poi lo mette
sale nel vetro l’uomo, sale le scale
bussa alla porta
e aspetta se lei apre.

(da I luoghi persi, Torino, Einaudi, 1999)

Potete anche ascoltare questa poesia, letta magistralmente dall’attore Sergio Carlacchiani

COMMENTI (0) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Non ci sono commenti