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Una vigna in Borgogna, tanto per cambiare

di Fabio Rizzari 25 ott 2019 0

Vicino a un celebratissimo Grand Cru, ma defilato e poco mediatizzato, un vigneto di Saint Aubin può dare vini notevoli.

Da quando l’uomo ha inventato la Côte d’Or, molti atei si sono convertiti e sono oggi piamente osservanti della fede borgognona. Le chiese della Borgogna ortodossa abbondano, i fedeli si ammassano a celebrare la liturgia: il Mattutino di Meursault, i Vespri di Nuits-Saint-Georges, oltre ovviamente alla Settimana Santa di Vosne-Romanée.

Termini un tempo ignoti se non agli specialisti della regione – “combes”, “finages”, “lieux-dits” – sono maneggiati con disinvoltura pure dal figlio decenne del bevitore medio. Figuriamoci quando poi si tratta delle centinaia di cru locali, ovvero di vigne dal nome specifico: ormai anche gli esseri umani più refrattari a ogni forma di sapere (per esempio gli elettori di Salvini) conoscono la differenza tra un – poniamo – Volnay Taillepieds e un Volnay Clos de Ducs.

Non scrivo dunque niente di nuovo se annoto che la vigna di Saint Aubin en Remilly, posta a poche centinaia di metri dall’iperuranico Montrachet (cioè il bianco più prezioso e costoso del pianeta), sa dare vini capaci di riprodurre - magari in ottavo, in sedicesimo – la classe cristallina di un bianco della sacra collina, per esempio di uno Chevalier-Montrachet.

Questa evidenza, ormai chiara a tutti, ha fatto significativamente lievitare il prezzo medio di una bottiglia di en Remilly. Che rimane, certo, almeno dieci volte più economica di un Montrachet; ma che un tempo nemmeno tanto lontano si portava a casa per 20/30 euro, e oggi viaggia più o meno sul doppio.

Bene. In questo quadro era rimasto, almeno per me, un angolo non esplorato: la versione di en Remilly di uno dei figli di Marc Colin, Joseph. I vini del padre Marc hanno una bonomia che cela un fondo minerale/sapido di tutto rispetto. I vini del fratello Pierre-Yves tendono a sottolineare i tratti più avvolgenti e grassi del cru.

I vini di Joseph, invece, esplorano il versante più teso, alcuni colleghi direbbero verticale, di en Remilly. Ho assaggiato il 2017, che mi ha offerto:

- un colore né leggero né giallo dorato: un giallo amamelide* luminoso
- dei profumi snelli e vivi di erbe appena tagliate (o comunque tagliate da non più di venti minuti)
- un sapore rilevato, netto, puro, che definirei ficcante se l’aggettivo ficcante non mi facesse recere

Un notevole conseguimento, specie in rapporto all’annata, che  - mi dicono - non è stata malaccio ma nemmeno eccezionale.

* “pianta con portamento arbustivo” (qualsiasi cosa voglia dire)


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