il BOTTIGLIERE Degustazioni

Un ottimo bianco da una (abbastanza) giovane promessa

di Fabio Rizzari 11 ott 2019 0

Stanchi dei bianchi macerativi arancioni? Ne esistono anche di “umani”.

Come gli psicologi sobri sanno bene, i sentimenti di un essere umano raramente si presentano in forma per così dire pura: uno non è al cento per cento allegro, al cento per cento arrabbiato, al cento per cento malinconico. I moti dell’animo sono complessi, sfrangiati, intrecciano sfumature emotive diverse. Fa eccezione, naturalmente, l’incazzatura per un vino pregiato che sa di tappo: che è incazzatura al mille per mille.

L’altra sera però ero triste per davvero. Di una tristezza tristissima. “Per questo questo e quest’altro motivo”, come avrebbe detto il sommo Livore di Corrado Guzzanti.  
È stato quindi un vero balsamo ripescare dal frigo un paio di bicchieri di un bianco semi o del tutto sconosciuto, tra le poche prove di un vignaiolo alle prime armi.

Premessa. Generalizzando brutalmente, quasi tutte le zone costiere della lunga lingua di terra peninsulare denominata Italia sono molto conosciute, molto apprezzate dai turisti, anche molto affollate durante i mesi caldi. Fa qua e là eccezione qualche tratto più difficile da raggiungere: spiagge isolate dell’Oristanese, aree del litorale calabrese ignote ai più: tanto per fare solo un paio di esempi.

Con analoga semplificazione si può affermare simmetricamente che quasi tutte le zone dell’immediato entroterra costiero sono molto meno battute, molto meno apprezzate, molto poco frequentate.  
Questo schemetto di comodo mi permette di mettere nel primo contesto interpretativo dell’ambiente geografico - quello tanto amato dagli enofili avveduti – il lavoro di Marco Verona, vignaiolo in Massa: che con grande sensibilità deontologica ha la cantina in Via dell’Uva (10).
Ci si trova a pochi chilometri dal mare, sui rilievi collinari di Candia. I vigneti sono tutt’altro che facili da coltivare, anzi: alcune parcelle arrivano a una pendenza che supera il 30%.  

Sebbene non privo di qualche ingenuità sul piano della tecnica (un mio bravo collega toscano, interpellato sul soggetto, ha espresso grande interesse per le sue doti, ma anche perplessità su due o tre vini assaggiati), Verona sembra saper dare a un vino centratura e intensità gustativa. Almeno stando alla bevuta del Sedì 2017.

Taglio di vermentino, malvasia, trebbiano e albarola, vinificato senza lieviti di selezione, non filtrato alla fine, è un bianco calibratamente macerativo: nessuna deriva arancione Hare Krishna, nessuna dominanza di aromi di tisana al naso, nessun eccesso tannico al palato. Il vino ha invece tatto un po’ ruvido ma grande intensità di sapore, buona freschezza acida, salivante scia salina conclusiva.
Un ottimo esordio, direi.    


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