il BOTTIGLIERE Riflessioni

Un curioso tentativo di autarchia enologica

di Fabio Rizzari 07 nov 2019 0

Oggi tutto il mondo fa vino: gli enologi, ovviamente, ma anche tutti gli altri.

“Il modo migliore per fare una cosa è farla”
(Amelia Mary Earhart)

“Chi fa da sé fa per quindici”*, dice un famoso adagio. Per questo sempre più persone – complice l’ormai ultradecennale crisi - si danno al bricolage, al fai-da-te, alle piccole e grandi imprese domestiche: dipingere il salotto, costruire una capanna per gli attrezzi (comprando gli attrezzi appositi), stampare banconote false.

In coerenza con l’aria dei tempi un mio amico particolarmente intraprendente, ma non molto facoltoso, ha deciso di saltare tutti passaggi intermedi. “Vieni domani sera a cena da noi?”, mi ha proposto giorni fa al telefono con tono da cospiratore, “ci sarà una sorpresa spero piacevole”.

Sono andato molto incuriosito. Chissà che sorpresa sarà, mi sono chiesto mentre citofonavo. Forse un amico del figlio hacker che è capace di entrare nel database del Comune di Roma e cancellare le multe in sospeso, ho pensato grande senso civico. “Oppure una bella bottiglia stagnolata, che poi si rivelerà un Grand Cru della Cote de Beaune… vedremo”    

Una volta a tavola, ho visto. E non era nulla di tutto ciò, anche se di vino comunque si trattava. Il mio amico si era fatto il vino in casa. Non nel senso di aver comprato o affittato un appezzamento di terreno vitato, di aver vendemmiato e quindi vinificato. No. Si era proprio fatto il vino dentro casa; o meglio, in un sottoscala.

“Sono stato al Piglio e ho comprato del cesanese. Sai, ho risparmiato sulla diraspatura, volevo provare a usare il grappolo intero. Il mio amico enologo (omissis) mi ha dato qualche dritta e un po’ di metabisofito. Non ho avuto problemi, a parte la difficoltà iniziale a far partire la fermentazione. Ecco qua. Cosa ne pensi?”

Còlto alla sprovvista, ho dovuto ricorrere a tutto il mio repertorio di eufemismi e litoti per non urtare la sua sensibilità. Il liquido era vagamente potabile, tuttavia il punto è un altro: si può essere autarchici anche nella produzione di vino per il consumo domestico quotidiano? (riservando le “grandi” bottiglie ai giorni di festa, magari).
Risposta: sicuro, può essere divertente. A proprio rischio e pericolo.  

Farsi il vino in casa non è certo una novità. Stando all’Oxford Companion to Wine, in America il vino casalingo “era enormemente popolare durante il Proibizionismo, quando vinificare una quota massima di 200 galloni/7.5 ettolitri di succo di frutta (un limite tuttora vigente negli Stati Uniti) era l’unica strada legale che la casalinga media poteva percorrere per procurarsi una bevanda alcolica. Il boom dell’home wine-making tra il 1919 e il 1926 è stato così grande che l’estensione dei vigneti californiani all’incirca raddoppiò”. Non ho dati aggiornati, ma stando alla stesa fonte ancora nel 1992 all’incirca 400.000 americani vinificavano a casa l’equivalente di 2.5 milioni di casse di ‘fruit-wines’ ”.

Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. E in ogni caso molto meglio acquistare delle uve e sfidare le molteplici insidie della vinificazione classica, anziché eseguire passivamente una piatta ricetta usando i cosiddetti “kit” del vino preconfezionati.
Ah, per inciso: il mio amico ha chiamato quel – ehm – vino “Pigliato”. Naturalmente si può fare di meglio, comunque bene così.  

* “chi fa da sé fa per tre” era la versione originaria, ma quasi tutto cambia a causa dell’inflazione


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