il BOTTIGLIERE Riflessioni

Troppi galli nel pollaio

di Fabio Rizzari 13 nov 2019 2

Le strategie produttive e commerciali della vasta denominazione del Chianti suscitano diverse perplessità.

Molti anni fa, quando i cellulari non potevano ancora farti fare una figura di merda squillando mentre eri in visita a un produttore famoso per la sua scontrosa riservatezza, facei* a Nadine de Nicolay la più ovvia delle domande: “Qual è il suo vino ideale?”. L’aristocratica titolare del rarefatto domaine Chandon de Briailles in Borgogna, nipote del celebre profumiere Guerlain, mi rispose con pacato distacco: “cerco di ritrovare negli aromi dei miei vini i profumi che mi avvolgevano quando ero nell’atelier di mio nonno. Quello mi piace. Che poi il vino si venda o no, mi interessa poco”.

Bene. Per una ricca madame de Nicolay, che può permettersi di fregarsene del mercato, un robusto 99,9% degli altri produttori il vino lo fa per venderlo, non per fare poesia. Per questo personalmente rispetto ogni scelta che le case vinicole si autoimpongono nei disciplinari di produzione, anche la più miope o masochista.

Detto questo, non si può non notare come la massa di aziende che fa capo alla Doc Chianti – la quale abbraccia un territorio ampio come l’Australia – si sia messa d’impegno per andare in direzione opposta alla storia, alla logica, a quella che sembra la più ovvia e raccomandabile strategia di sopravvivenza.

Strategia che banalmente recita: “sui grandi numeri non possiamo competere con nazioni vitivinicole che producono a basso costo e invadono il mercato con bottiglie a basso costo, mentre siamo vincenti quanto più difendiamo e valorizziamo la nostra originalità: si può piantare nebbiolo ovunque nel pianeta, anche a Detroit, ma un Barolo, un Barbaresco, un Sassella si possono fare solo in Italia”.

Se questo è vero, come è vero, allora rimangono inspiegabili le recenti deliberazioni del Consorzio del Chianti di:

a) creare un clone terminologico della “Gran Selezione”, dizione infelicemente ideata e peggio attuata dai cugini del Chianti Classico quattro o cinque anni fa;

b) aumentare la gradazione alcolica e – se ho ben capito – il tenore in zuccheri residui dei relativi vini;

c) vietare l’uso del fiasco

d) giustificare le suddette scelte con l’obiettivo di “aumentare la competitività dei nostri prodotti su mercati strategici come quello cinese e americano”   

Sempre se ho afferrato la lettera e il senso di tali modifiche (mi faccio vanto di non capire una mazza in questioni burocratiche, quindi scrivo con il beneficio del dubbio), il succo sarebbe:

e) “il fiasco è associato all’idea di una bassa qualità”.  E da chi dipende ed è dipeso questo? eh? forse dalla strategia produttiva del Chianti degli ultimi tre o quattro decenni, per dire?

f)“i cinesi e gli ameri’ani vogliono vini caldi e dolci”. Cioè dei succhi di frutta alcolici. Ne siamo proprio sicuri? oppure conviene pensare che quella sia la massa di consumatori più di bocca buona – una massa che presto o tardi magari si dirozzerà - e che invece sia più saggio cercare di avvicinare la fascia di bevitori più esigenti, disposti a spendere magari più di 8 euro a bottiglia?

g) “la dizione Gran Selezione è fica e la usiamo anche noi, per agganciarci al treno del Chianti Classico”. Siamo proprio sicuri che sia fica? E che si stia dimostrando un successo, e non piuttosto un contenitore dai contorni sfocati, che il bevitore evoluto ha difficoltà ad associare a qualcosa? (a qualsiasi cosa).

Sia come sia, i responsabili del Chianti Classico si sono già inalberati e promettono battaglia, commerciale e forse pure legale. E così, mentre i galli combattono nel pollaio toscano, il Gallo – con la g maiuscola – francese domina la quota di mercato più appetibile, quella dei vini originali, inimitabili o comunque difficili da imitare, per i quali dal Nord America all’Oceania si è disposti a spendere molte decine ovvero centinaia di euro a boccia. Complimenti per la visione.

* feci è obiettivamente cacofonico (e cacofonico è adeguato per feci)


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Stefano
13 novembre 2019 10:49 Senza citare la Gallo winery, che fa più bottiglie di Chianti e Australia messi insieme...
Fabio Rizzari
14 novembre 2019 21:24 Esatto