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Robert Parker va in pensione, la critica italiana è già stata pensionata da tempo

di Fabio Rizzari 27 nov 2019 0

Il mega gruppo Michelin acquista il Wine Advocate, famosa rivista statunitense, e i cronisti italici languono.

Alla domanda ricorrente “perché la critica italiana non conta una sega nulla per i compratori di bottiglie di vino, all’estero e anche in patria?” ci sono due possibili risposte. La prima è che non essendo proposta in lingua inglese tale critica non possa raggiungere la vasta platea dei bevitori statunitensi e più in generale stranieri. La seconda, più semplice, è che noi critici nostrani non valiamo poi un granché in senso assoluto.

Di solito tra due ipotesi tende a dimostrarsi vera – o comunque più vera – quella meno complessa, come ammaestra il rasoio di Occam. Ne consegue che il quibus sta solo in parte nel fatto che noi cronisti del vino tricolori non scriviamo “wine, strawberry, smooth” ma “vino, fragola, morbido”. La quota maggiore di responsabilità sta nella generale insipienza dei testi; nell’autoreferenzialità dell’approccio; nella peculiare attitudine ad affrontare temi marginali e corporativi; nella rissosità e faziosità dell’approccio. E da ultimo, ma non ultimo, in un sentore di marchetta non proprio piacevolissimo da odorare.     

Dice: ma è tutta la critica, tutto il giornalismo, tutti i cosiddetti contenuti mediati a essere ormai un anacronismo sempre meno seguito. Vero. Però non si tratta di un fenomeno lineare, di uno smottamento uniforme. Si procede a cadute di blocchi, come nel distacco dei ghiacciai artici. Alcune masse di ghiaccio non solo non franano a mare, ma anzi si rafforzano. Basta prendere il recentissimo annuncio del ricco gruppo editoriale della Michelin, che ha acquistato una settimanella fa il 100% dell’altrettanto poderoso marchio Wine Advocate. E chissà per quale cifra complessiva.

Per i pochi che lo ignorassero, Michelin = guida (o meglio guide in tutte le lingue) dei ristoranti più famosa del mondo, Wine Advocate = Robert  Parker, ovvero il più potente wine writer del pianeta. Con questa mossa, presumibilmente plurimilionaria, il vecchio Parker va in pensione. Altri papaveri della critica anglosassone continuano la loro attività, quasi tutti prosperando in termini di lettori affezionati e di rendite in denaro.

Qui nel Bel Paese invece si vivacchia. I rendicontatori di degustazioni si devono arrangiare come possono. Taluni tettando da megagruppi di settore, incuranti di termini ormai ammuffiti e derisori quali deontologia e conflitto di interessi. Altri, temo una minoranza, rimanendo aggrappati con le unghie e con i denti ai pochi, spelacchiati appigli economici rimasti: un sacco di patate per un post qui, un chilo di fagioli per un articoletto là.

Personalmente non mi considero migliore dei primi – quelli che tettano trionfalmente, coram populo, con esplicita faccia di culo -, ma soltanto più fesso. Mi nutro delle poche patate e fagioli che riesco a raccattare e cerco, come ho già scritto tempo fa, di avviare un’attività di consulenze; senza particolare successo.   

Che però il mondo della produzione non ci venga a rimproverare, sic rebus stantibus, che siamo “ininfluenti”, “marginali”, “poco autorevoli”.
E si faccia invece delle domande sul perché preferisce stare al traino delle firme alloctone. Cercando affannosamente, e talora mendicando, l’attenzione del wine writer Pinky o del taster Panky.


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