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Riflessioni sull’esistenza dei vini/sosia

di Fabio Rizzari 03 gen 2020 0

Molti vini sono imparentati stilisticamente fra loro, pochi sono quasi gemelli omozigoti.

Riflettere su un vino bevuto è una buona cosa, oppure è un esercizio da segaioli? Ci sono numerose scuole di pensiero riguardo al pensiero sul vino: c’è chi pensa che pensare sia un’inutile complicazione. C’è chi pensa che pensare sia fondamentale, e anzi rilancia notomizzando ogni infinitesimo aspetto del bere, fino a incartarsi da solo in una selva di disamine concettose.

C’è chi non si pone affatto il problema, pensando che pensare su un vino sia da soggetti deboli, da nerd del vino, contrapposti all’uomo virile che afferra il bicchiere per le corna; cioè l’uomo che non deve chiedere mai: Denim, Boss, l’Amaro Petrus Boonekamp di una volta, l’homo salvinianus (studiato dagli antropologi come probabile anello di congiunzione tra l’homo sapiens e il nascente homo insipiens).

Ci ho pensato a lungo nei decenni, e penso che pensare un pensiero il più possibile onesto e libero da arzigogoli intellettualistici sia l’obiettivo a cui deve o dovrebbe tendere ogni buon critico.

Per tutti questi pensieri oggi mi chiedo, in modo piano e semplice: quanti vini poco costosi stanno là fuori nel mondo che sono in sostanza sovrapponibili – per stile, coerenza territoriale, bontà delle uve di base, finezza della lavorazione, equilibrio delle parti, insomma qualità complessiva – a bottiglie ben più note e inavvicinabili nel prezzo?

Non è certo un tema nuovo e anzi ogni buon critico/degustatore dovrebbe centrare il suo lavoro nel far conoscere delle alternative meno dissanguanti per le proprie finanze alle etichette più celebrate.

Ma qui oggi non parlo esattamente delle alternative imparentate per territorio e stile, quanto piuttosto di vini/gemelli, o se si preferisce di vini/sosia di quelli famosi. Quanti ce ne sono là fuori?

Io uno credo di averlo trovato. Il Bourgogne Côte d’Or Vieilles Vignes 2017 di Remi Jobard. Il quale bianco è un sosia quasi perfetto del Meursault di Coche Dury 2004: en vin jeune, ovviamente. Impossibile condurre un confronto diretto per evidenti motivi cronologici e comunque anche economici, dato che non metterei mano ai 500 o 600 euro per ricomprarmi una boccia di Coche 2004 ( e fare un raffronto comunque oggi impossibile da circoscrivere, visto che ormai il Meursault ha sulle spalle una quindicina d'anni di evoluzione). Quindi vado a memoria, trascrivendo note che attribuisco al Bourgogne e che avrei potuto benissimamente attribuire al Meursault:

colore giallo molto luminoso, saettante nei riflessi: con un’illuminazione ambientale forte è come guardare un ghiacciaio sotto il sole. Profumi netti, affilati, percorsi da una sottile vena di scoglio, su una base di agrumi freschi e burro fresco. Gusto da subito contrastatissimo e insieme avvolgente, puro, senza la minima sbavatura nel dosaggio del rovere, che pure si avverte. Finale ritmato, di buona lunghezza.
Ok, devo ammettere che il finale di Coche era nei miei ricordi più profondo e modulato. Ma insomma, ho detto sosia quasi perfetto.

Tutto questo è abbastanza sorprendente, per più motivi. Non avevo più seguito la produzione di Remi Jobard negli ultimi anni, avendolo rubricato da tempo ingenerosamente come seconda scelta rispetto ai vini del ramo imparentato di Francois (e ora Antoine) Jobard.  
Ma è sorprendente soprattutto per la sproporzione dei prezzi richiesti dal mercato. 600 euro per il Meursault, una venticinquina per il Bourgogne.

Lasciamo stare le scontate considerazioni su come si forma un prezzo, sulla legge della domanda e dell’offerta, eccetera, e chiediamoci: quanti vini/sosia esistono là fuori?  


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