il BOTTIGLIERE Degustazioni

L’energia tellurica dei rossi carsolini

di Fabio Rizzari 24 gen 2020 0

Il Terrano è l’estremo sensoriale opposto dei rossi molli e stucchevoli.

Sono molto scarso nei vini del Carso, non è solo un gioco di parole ma un dato di fatto. Tuttavia mi ritrovo ciclicamente a esser stupito per la qualità e l’originalità delle bottiglie carsoline che mi transitano in modo casuale sulla tavola.

Nella mia rozza opinione la vera originalità del territorio non sta nei pur validi e/o validissimi bianchi macerativi provenienti dalle aziende nei dintorni di Prepotto, sibbene nei rossi, che hanno spesso tratti di scontroso fascino aromatico e di ruvida piacevolezza gustativa.  

Per rossi intendo eminentemente il Terrano, un vino che mi ha spesso lasciato di stucco per l’energia inarginabile del sapore. Un vino che taglia la lingua con l’impeto guerriero di una sciabola, più che con la freddezza chirurgica di un rasoio.  

Un vino non per tutti i palati, insomma. Di sicuro un vino all’estremo opposto dei rossi svenevolmente morbidi, dai tannini con la museruola e dal finale dolciastro.  

Intendiamoci, non sono così masochista da provare piacere se un rosso mi taglia la lingua. È un’iperbole per cercare di descrivere la salutare corrente elettrica che attraversa il cavo orale quando si sorseggia un buon Terrano.

L’ultimo bevuto in ordine di tempo è il misterioso Terrano di un produttore a me ignoto (cfr premessa autoassolutoria), Roberto Savron. Il cognome si scriverebbe con un circonflesso capovolto sulla esse, ma dopo vari smanettamenti infruttosi sulla tastiera del Mac lo trascrivo senza accento.

Savron offre Terrano sia imbottigliato che sfuso. Reduce dalle terre friulane, un amico ha portato tempo fa con sé un po’ di Terrano sfuso di questo raro produttore. Tenuta non so quanto in cantina, la bottiglia avrebbe potuto essere la mesta urna di un vino legittimamente ossidato.

E invece, contro ogni previsione, il vino c’era ancora. Eccome: vibrante, succoso, a tratti aspro nella parlata, sempre felicissimo nell’espressione a tavola, dove si alternava con grande ritmo a delle grasse costolette di maiale.

Mi ha stupito ancora una volta, il Terrano.


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