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L’arte anglosassone di fare grandi rossi chiantigiani

di Fabio Rizzari 22 gen 2020 0

Da tre decenni Sean O’Callaghan firma rossi ispirati e veraci nel Chianti Classico.

Ho seguito le vicende legate alla spiacevole defenestrazione dell’acuto enologo Sean O’Callaghan dall’azienda chiantigiana Riecine con stupore misto ad amarezza. Dopo 26 anni di lavoro durante i quali Sean ha contribuito in misura decisiva a far crescere la qualità dei vini di Riecine, la nuova proprietà lo ha allontanato in pochi mesi, e con modalità particolarmente brusche.
Tutto legittimo sul piano formale, ci mancherebbe. Sono i modi del business, dell’imprenditoria moderna. Sono modi che tuttavia mi stanno fieramente sui coglioni.

Non è successo da poco, ma ormai quattro anni fa. Ne scrivo oggi perché sono tornato a trovare Sean dopo molto tempo: 14 anni. Ora egli è il responsabile della produzione della Tenuta di Carleone, sempre ni Cchianti, a Radda.

Qui dà vita a vini – soprattutto rossi da sangiovese, sua vocazione principale – di particolare finezza aromatica e tattile. Negli anni ha affinato un’arte sottile nelle estrazioni, nella definizione del frutto, nella purezza espressiva d’insieme. Non molti vini italiani si esprimono con altrettanta grazia, preservando la golosità e la polposità del frutto maturo e allo stesso tempo disegnandone i tratti gustativi con la delicatezza di un acquerello.

La sede aziendale attuale non è in un pittoresco casale in pietra, ma in un anonimo capannone industriale. Si può fare un giro per le vigne, certo, ma qui dovete scordarvi “la romantica atmosfera chiantigiana” e andare al sodo.

Il Chianti Classico 2017 ha in abbondanza i caratteri che ho descritto e non li riscrivo; il Chianti Classico 2015 è leggermente più caldo, ma è una sensazione di calore molto relativa, perché rispetto a molti suoi colleghi toschi il vino fa comunque prevalere le ragioni della freschezza e dello slancio.

Il Due, taglio di sangiovese e merlot, non è il solito taglio di sangiovese e merlot dove quest’ultima uva è deputata a dare ruffiana morbidezza al tutto: il merlot di Sean fa lunghe macerazioni e ha tratti longilinei. Il 2017 introduce una nota di relativa grassezza alla silhouette di base dei vini aziendali, tenendosi tuttavia ben al riparo da slabbrature dolciastre.

Il Guercio 2017 è davvero buonissimo, scattante, vivo, succoso. Ma confesso che a scatenare il mio entusiasmo sono state due annate dell’Uno, un Sangiovese – anzi meglio: un rosso chiantigiano – di classe  rara e cristallina. Il 2016 è un capolavoro di equilibrio e dinamica, finissimo nei tannini, limpidissimo nel frutto, persistentissimo nel sapore. Il 2017 gli sta molto vicino, e sembra destinato a pareggiarlo nella qualità complessiva.
Si può fare di meglio? certo che sì: dalle parti del Monte Olimpo.


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