il BOTTIGLIERE Le parole del vino

Nebbiolo e Nerello: analogie stilistiche casuali, ma storicamente documentate

di Fabio Rizzari 22 nov 2019 0

Accostare un Barbaresco a un Etna Rosso non è solo un vuoto esercizio modaiolo

Pochi giorni fa ho trovato per caso in una vecchia rivista — Grazia del 17 novembre 1968 — il nucleo originario di quello che sarebbe divenuto uno dei libri più iconici per gli enofili, Vino al vino di Mario Soldati.
Quel numero pubblicava una puntata dell’inchiesta di Soldati nel mondo vitivinicolo italico dell’epoca. L’apertura del reportage era la stessa scelta in seguito per il celebre volume:

“ ‘Nun ce stanno cchiù e’ vini, so’ rimaste sulo e’ nomme!’
Così sospira Don Vincenzo Triunfo, dal banco della sua antica bottiglieria, alla riviera di Chiaia”


Un incipit semplice e epico al tempo stesso, che ha qualcosa di Gabriel García Márquez (e nulla di Alfonso Signorini, per fortuna). Il resto della puntata dipanava il racconto dei vini siciliani, sul quale non mi dilungo essendo confluito pari pari nel libro ufficiale.

Un passo, tuttavia, è degno di nota. Soldati riferisce della visita sull’Etna presso i tenimenti del barone Carmelo Nicolosi da Villagrande, il quale gli fa provare prima un bianco, poi un rosso. “Il rosso del ’48… be’, aveva ragione il barone: sono rimasto sbalordito: avrebbero potuto farmi credere che si trattava di un Barbaresco”.

Ho citato ieri questo episodio a Federico Curtaz, noto enologo valdostano, il cui pregio principale sta ovviamente nel fatto di essere nato nel 1960, come me. Federico era la persona giusta cui parlare dell’aneddoto soldatiano, essendo egli piemontese di crescita professionale ed etneo di produzione vinica attuale.

“Bello, davvero. Si sa da tempo che alcuni tratti sensoriali del nerello mascalese  sono avvicinabili al nebbiolo. Solo alcuni, eh. Il nerello ha peculiarità inimitabili e imparagonabili a qualsiasi altro vitigno”.  

Per questo da poco fai anche un rosso etneo, che da un paio di vendemmie affianca il bianco Gamma?

“Sì. L’ho chiamato Il Purgatorio, ne faccio dall’annata 2016 circa cinquemila bottiglie. Credo abbia forza e carattere, conservando comunque la delicatezza di tocco dei rossi etnei”

Lo ottieni da vigne sul versante meridionale del vulcano, giusto?

“Esatto, come per le uve bianche del Gamma. Posso però anticiparti che ho da poco acquistato un piccolo appezzamento sul versante nord, in contrada Passopisciaro, frazione Feudo di Mezzo/Arcurìa (oppure in frazione Passopisciaro, contrada Feudo di Mezzo/Arcurìa: non ricordo bene cosa mi ha detto Federico, ndr)”. Circa mezzo ettaro di vigna storica: non molto esteso, quindi. Ma ho raccolto i primi quindici quintali, la qualità mi pare ci sia”

Langhe ed Etna, Etna e Langhe. Una parentela stilistica casuale, certo. Ma percepita e documentata da tempo. Scrive infatti Antonino Buttitta nel suo Il vino in Sicilia (Sellerio, 1977):

“L’Etna, l’Etna, dove le vigne sono a seicento, settecento metri di altitudine: dove dunque si vendemmia a stagione inoltrata come in Piemonte, e come in Piemonte il vino può riuscire leggero, delicato, di bassa gradazione. C’è sempre, sì, in fondo in fondo a un vino dell’Etna, e bianco e rosso, una punta di goudron, una favilla infocata e fumosa: ma come volete, sull’Etna, che non ci sia?”


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