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La geometria è musica solidificata

di Fabio Rizzari 08 ott 2019 0

Ovvero della vibrazione musicale nei vini.

Secondo una citazione evocativa molto diffusa in ambito new age, della quale non trovo conferma in fonti attendibili, Pitagora avrebbe affermato che “la geometria è musica solidificata”. Autentica o meno, l’intuizione è coerente con un modo di vedere il mondo, e quindi anche il mondo del vino, che sta dividendo l’opinione pubblica in (almeno) due fazioni: chi crede in qualcosa (al momento) non dimostrabile dalla scienza, e chi bolla come fumisterie irrazionali e oscurantiste tutte le teorie che rimandano a “energie invisibili”.

Personalmente mi sono ritagliato uno spazio incoerente in cui credo alle energie invisibili – perché percepisco confusamente qualcosa – e allo stesso tempo mi autoassolvo dal fastidioso sospetto di essere un fesso credulone presumendo che tali energie prima o poi saranno pienamente descritte dalla scienza ufficiale. Una sorta di fideismo razionale, insomma. Ho già scritto su questo tema scivolosissimo in un articolo apparso nel numero sette della rivista Vitae dell’AIS:

“Sostengo che esista un’energia, una forma di vibrazione, un qualcosa che passa dalle mani dell’artefice all’artefatto. Niente di trascendente, solo una grandezza fisica al momento non misurabile, che fra cinquant’anni, o dieci, o magari due secoli sarà scoperta e descritta scientificamente.

Per me questa vibrazione esiste e opera con solare evidenza in molti casi in cui non è possibile capire da dove venga il talento di un vinificatore, di un cuoco, di pittore.
Potrei portare decine di esempi, e del resto, se vi concentrate un attimo, ne potrete rintracciare molti anche voi. Perché gli strumenti di Stradivari sono così unici? la loro fattura è finissima, le vernici splendide, ma sul piano formale niente che sia radicalmente diverso dall’abilità dei (pochi) suoi pari. Eppure quegli strumenti suonano in maniera unica.

Un’equipe di ricercatori americani, con tipico ottimismo positivista, ha studiato per anni gli Stradivari, sezionandoli, misurandone la stagionatura dei legni, la composizione chimica delle vernici, i trucchi costruttivi. Poi ha provato a rifarne uno: con risultati risibili, sideralmente lontani dall’originale.

Henri Jayer, grande vignaiolo borgognone, vinificava i suoi rossi con spartana semplicità: pochi passaggi essenziali, ridotti all’osso; passaggi che chiunque faccia vino può replicare con facilità. Eppure i suoi rossi hanno una luminosità, una vibrazione, un’intensità irripetibili e difatti non ripetute dai suoi eredi.

Enzo Ferrari faceva motori straordinari. Esperti delle sue automobili sostengono che, subito dopo la sua morte, il suono dei motori Ferrari sia cambiato.  
Un famoso cuoco italiano, visto ai fornelli, è una specie di orso marsicano, i suoi gesti sono rozzi, manciate di sale che ucciderebbero un iperteso, manipolazioni grossolane, una specie di ferina brutalità. Eppure i suoi piatti sono sublimi. Mentre quelli di chef micrometrici, che usano tecniche aerospaziali, sono piatti insignificanti.Verso quale direzione puntano queste citazioni disordinate? Cosa possono significare, se non che esiste una vibrazione, un’energia nascosta, un qualcosa che passa dalle mani dell’artefice all’artefatto?

Chiamatelo come vi pare: talento, genio, consonanza, il passaggio del suono che anima un soggetto al suo oggetto. Ma quel suono esiste. In uno strumento musicale, in un piatto, in un dipinto, in un vino.”  

Oggi torno sul soggetto dopo aver assistito a un sorprendente concerto: un vecchio amico flautista ha eseguito composizioni settecentesche con un traversiere intonato a 432 hertz. Sarebbe lungo e noioso parlare delle differenze tra il la codificato attuale (440hz) e questo la antico a 432. Basta andare su google e digitare “la 432” per  scoprire una selva di link tra l’esoterico e il salutista/ayurvedico. Molti, se non quai tutti, piuttosto ridicoli e imbarazzanti. Ma non è detto che ciò che viene espresso in modo disordinato, confuso, abborracciato, non contenga un robusto fondo di verità.

A un ascolto non prevenuto il suono generato da quello strumento era sorprendente: più pieno, più limpido (nonostante l’intonazione più bassa), più puro. Così come certi vini sono più puri, più ricchi di vibrazioni, più luminosi della media. “Io non sono un fanatico di queste cose e bado al sodo, cioè a studiare e ad eseguire musica” , mi ha confessato il vecchio amico, “però sono rimasto sorpreso quando, mentre mi esercitavo in giardino, sono stato circondato da una piccola nuvola di farfalle”. Fa ridere gli scettici? Certo, è un aneddoto che si presta molto alla perculatio. Si facciano pure una risata. Ma questi frammenti di esperienza puntano tutti nella stessa direzione.


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