il BOTTIGLIERE Riflessioni

La biodiversità dei vini di montagna come argine alla crescente biouguaglianza vitivinicola

di Fabio Rizzari 27 dic 2019 0

I vini di montagna non sono un’astrazione come il "prosciutto di montagna".

Come scrive Maurizio Gily in un articolo che invito caldamente a leggere, “le montagne italiane sono un’incredibile miniera di varietà indigene. Negli ultimi decenni gran parte del lavoro degli ampelografi italiani (gli studiosi delle varietà di vite) è stato un lavoro da archeo-botanici: l’enorme patrimonio di varietà di vite presenti in Italia era, in parte è ancora, a rischio: di molte varietà citate dagli studiosi ottocenteschi non è rimasta traccia, di altre sono sopravvissute poche piante, qualcuna è stata salvata dall’estinzione. Ed è stata soprattutto la montagna italiana, da Nord a Sud, a conservare le varietà reliquia: per lo più in vigne familiari, non destinate alla produzione di vini commerciali, ereditate e propagate da generazioni.”

“Perché queste varietà, dai nomi strani come Cornalin o Baratuciat, non hanno avuto successo? A volte perché la loro qualità enologica è mediocre, ma spesso per altri motivi. Produttività bassa, sensibilità a certe malattie, produzione incostante. Il vino è diventato un genere voluttuario solo negli ultimi decenni: prima era, per il popolo, un’abitudine alimentare, una fonte di calorie a basso costo, e il concetto di qualità soccombeva all’esigenze di riempire il tino.”


Si tratta dunque di un patrimonio di biodiversità che costituisce un argine fondamentale alla crescente e omologante biouguaglianza dei vigneti planetari. 

Non si potrebbe tratteggiare un ritratto più preciso e insieme evocativo del contesto in cui nasce un vino non comune, il Maggiorina dell’azienda Le Piane. Ci troviamo a Boca in Piemonte, un’area - se non a pieno titolo montagnosa - di sicuro prealpina, proprio di fronte al Monte Rosa. Un territorio che ospita vigne tre le più elevate della regione, anche sopra i 500 metri sul livello del mare.

Qui, accanto al tradizionale nebbiolo, si coltivano vitigni già in buona parte emersi dall’ombra (croatina, vespolina, uva rara) e varietà invece ancora pressoché ignote al bevitore anche esperto: durasa, slarina, neretto, dolcetto di Boca, e varie altre. Proprio da un composito assemblaggio che comprende anche queste uve rare (una decina) nasce il Maggiorina, così battezzato in onore della forma di coltivazione della vite tipica della zona (“tradizionale sistema di impianto esistente da secoli formato da tre viti che si sviluppano ai quattro punti cardinali, perfezionato dal architetto Antonelli (progettista della “Mole Antonelliana”) nato a Maggiora, comune appartenente alla zona di produzione del Boca”).

Il 2018 propone tutti gli stilemi che siamo ormai abituati ad attribuire a un rosso nordico – freschezza, agilità, ricchezza di profumi, assenza di pesantezza tannica e soprattutto alcolica – con una particolare grazia. In altre parole non si ha nel bicchiere un rosso “alleggerito” per furbesca opportunità di mercato, ma un vino autenticamente, geneticamente snello, franco, immediato, facile da bere.


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