il BOTTIGLIERE Degustazioni

Il Grasparossa estivo della gioventù

di Fabio Rizzari 15 gen 2020 0

Una bottiglia di Lambrusco per ricordare le estati – o meglio, i bolliti misti – di molti anni fa.

Da giovane per molte estati attraversavo con amici l’Italia da Roma fino alle montagne dell’Alto Adige. E non le prime montagne venendo da sud, dalla piana rotaliana: le montagne più remote, quelle che si incuneano in pieno nel territorio austriaco, le montagne della Valle Aurina.

Per la faticosa transumanza si impiegavano otto o nove ore di macchina. Senza aria condizionata, perché all’epoca solo le auto di lusso ne erano dotate. Anche se le energie erano quelle dei vent’anni, era indispensabile fare una sosta. Magari a pranzo, guarda caso.

Ci si fermava sempre all’altezza di Modena, in un’osteria che si chiamava il Leoncino d’Oro, se mi ricordo bene. Già due o tre ore prima dell’arrivo la salivazione aumentava pensando al carrello dei bolliti. La pausa ristorante – mi piace più di ristoratrice – durava almeno un paio d’ore.
Quasi superfluo specificare che vino si beveva. Lambrusco, ovviamente.

Per me era una sorta di inconsapevole riscatto dalla tradizione familiare. Venendo da una famiglia demi-romagnola, il Lambrusco non era contemplato come vino della tavola. Scoprirlo da quasi astemio fu una piccola rivelazione, senza fuochi d’artificio o grandi stupori. Una rivelazione tranquilla, dato che il novanta per cento dell’attenzione andava al bollito misto.

Esclusa la finestra 30/40 anni, durante la quale ammettendo le mie colpe ritenevo degni di considerazione solo vini più “moderni” o dai nomi più altisonanti, da allora ho sempre coltivato una speciale passione per il Lambrusco. Nella versione più bluastra e profonda, quella del Grasparossa.

Una passione talmente radicata da impedirmi – paradossalmente – ogni approfondimento professionale della zona e delle aziende produttrici: nel timore che l’arido vero potesse in qualche misura inquinare la mia radicata idealizzazione della tipologia. Come diceva Oscar Wilde, “l’ignoranza è un delicato frutto esotico, basta toccarlo perché la sua freschezza scompaia.”

Per avere notizie su chi lavora bene in zona, scremando il medio e il mediocre che inevitabilmente si trovano in ogni zona vinicola o quasi, mi affido quindi a colleghi esperti. A questo giro ho chiesto all’astuto oltrepavese Francesco Beghi, che mi ha fatto conoscere il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Secco Vini del Re delle Cantine Settecani.

Più lampone che blu nel colore e nella spuma, nel bicchiere era profumato, arioso, e pieno di succo al palato. L’acidità, molto viva, mi è sembrata tenuemente corretta da una delicata – e non invadente – nota zuccherina. Con i suoi undici gradi dichiarati in etichetta non è stato in grado di colpirmi alla nuca per un eccesso alcolico; si è limitato a congedarsi con garbo, in una lieve nuvola frizzante.
Posso ancora alimentare la mia idealizzazione: grazie Francesco, bene così.


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