il BOTTIGLIERE Degustazioni

Il grande decano e l’eccentrico scomparso

di Fabio Rizzari 18 ott 2019 0

Una tavolata tra colleghi e il ricordo di un enologo sui generis. Bonus: un bianco buonissimo ed economico.

Nel nostro settore di critici uno-punto-zero, vale a dire di vecchi cronisti del vino che vanno ancora a (carta)carbone, sopravvive in forma residuale un onesto artigianato, punteggiato da pochissime figure che hanno invece superiore dignità di autori classici. Tra questi ultimi va di certo annoverato Burton Anderson, scrittore americano che si dedica da oltre mezzo secolo allo studio e alla divulgazione del vino italiano.

Un personaggio-càrdine, un testimone unico delle vicende enoiche peninsulari nel passaggio dall’arcaico mondo rurale degli anni 60 al pluricelebrato Rinascimento degli anni 70/80, fino all’oggi; passando per la psicotica fase dei vini sottoposti a doping e chirurgia plastica nel ventennio 90/00.

Dopo una ventina d’anni circa in cui non ci eravamo più visti – lui è un grizzly del Nord America del nord*, io un orso marsicano – mercoledì ho avuto il raro privilegio di essere ospitato nella sua casa della campagna toscana, dalle parti di Roccatederighi, nella cosiddetta Maremma Alta.

Io e il Gentili, che era meco, abbiamo ascoltato con deferenza racconti andersoniani sul mondo del vino italico risalenti ai primi anni Sessanta e ai primi anni Settanta. Poi siamo passati a tavola, dove il padrone di casa e la consorte Nancy (che io nel mio rincoglionimento alcolico ho poi chiamato ripetutamente Kate) ci hanno offerto alcune bottiglie degne del massimo interesse.

La prima di un bianco davvero buonissimo, “Il Trebbiano” 2018 di Sergio Marani, viticoltore in Matelica: fresco, casto e puro, semplice e lineare, dritto come quadrello di balestra, è andato giù per la trachea a una velocità prossima a quella del suono.

La seconda, invece, ha generato emozioni più meditative e autunnali. Era di un rosso mai andato in commercio, credo. In etichetta il disegno di ago e filo nella parte alta; un nome in francese o simil francese (Chapeau, Monsieur Alvarò) al centro; e la scritta “per gli amici” in basso.
Con l’annata: 2007.
Era un bottiglia prodotta da Alvaro Palini, bizzarra figura di vignaiolo/enologo eccentrico. Dapprima sarto, per decenni, a Parigi, poi forse architetto, astronomo, poeta, odontotecnico, virologo, scultore, vasaio. E infine enotecnico presso l’azienda Adanti di Bevagna.

Ricordo la prima volta che lo conosi**: stavo commentando un suo Sagrantino e lui mi interruppe, dopo aver scrutato la mia giacca con aria da intenditore: “strana la catena di rifinitura delle tasche, chi te l’ha fatta?”
 

Ho visto Alvaro l’ultima volta più di un decennio fa. È stato triste sapere proprio da Burton che è andato ai Campi Elisi da almeno un paio di anni, o giù di lì. Il vino era buono, non spettacolarmente astringente come sono in genere i rossi a base di sagrantino. Sebbene la compagnia della tavolata di mercoledì fosse magnifica, avrei davvero voluto berlo con Alvaro.

* sic
** “conobbi” non mi piace per niente come forma verbale. Trovo migliori conosi o conoscei. Non esistono? vero. Ma in fondo, cosa abbiamo certezza che esista davvero, a parte l'Agenzia delle Entrate?


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