il BOTTIGLIERE Degustazioni

Il Dolcetto del vero bevitore

di Fabio Rizzari 04 dic 2019 2

Non considerata come si meriterebbe, la tipologia del Dolcetto è tra le più buone d’Italia.

I vini che mi hanno fatto amare il vino, agli inizi, più di trent’anni fa, sono due o tre: il Chianti (Chianti Classico Castello di Ama 1986), il Borgogna (Fixin Hospices de Beaune 1983, affinatore - mi sembra di ricordare nelle nebbie – Bruno Clair), e il Dolcetto (Dolcetto d’Alba Renato Ratti 1985, mi pare: quello con l’etichetta che riporta un soldato napoleonico, o comunque un soldato dei primi dell’Ottocento, o comunque un fante antico, o comunque un uomo in divisa).

Tra i vini che mi hanno fatto amare il vino c’è quindi una tipologia oggi  in forte sofferenza, il Dolcetto. È con una stretta al muscolo cardiaco che ripropongo, a cadenza quasi regolare, un appello ai bevitori più illuminati perché lo comprino, lo bevano, lo facciano conoscere alle nuove generazioni: quelle che stravedono (giustamente) per i Pommard, per i rossi della Loira, per i rossi di Gauby, e non si curano delle bellezze della porta accanto.

Stavolta il pretesto per la consueta peroratio mi arriva dalla stappatura di un curioso reperto archeologico. Una bottiglia del 1967 che riportava in etichetta la scritta - impolverata, lontana, evocativa - “Dolcetto Amaro”. E la sottostante dicitura: “Questo vino è invecchiato nei tini di rovere con buona pazienza e antica sapienza, come insegna la tradizione. Sono state riempite n. 16.870 pinte piemontesi. Questa pinta porta il N.° 1650”.
E infine, per completezza: Bersano, Antico Podere Conti della Cremosina.

L’aggettivo amaro credo stesse a suggerire al possibile acquirente il fatto che non avrebbe bevuto un vino dolce. Del liquido originario era rimasto lo scheletro, un po’ come accade ai resti dei dinosauri: una molecola di colore rosso su una tinta di base brunita, degli odori di funghi e di terra umida, un gusto quasi del tutto arrivato, che aveva però qualche debole battito cardiaco residuale.

Riacceso il desiderio di un buon Dolcetto che fosse ancora pienamente tra noi, il giorno dopo sono sceso in cantina e ho ripescato una boccia di San Luigi 2014 del grande Quinto Chionetti, patriarca del Dolcetto scomparso tre anni fa a oltre novant’anni. Bottiglia del tutto fedele alle attese, profumata, scattate, agile, dal frutto succoso e pepato. Anche a distanza di un lustro dalla vendemmia.

Spero davvero che per i nuovi bevitori tra i vini che fanno amare il vino ci sia sempre un buon Dolcetto.


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Stefano
4 dicembre 2019 14:03 Non è che hai barato sulle annate e hai tolto qualche anno? Sono "solo" 30 anni che sei innamorato del vino?
Fabio Rizzari
4 dicembre 2019 14:45 Anche se una tizia che mi faceva da baby sitter nel tardo medioevo fu allontanata perché sorpresa a darmi da bere del rosso (avevo due anni), nei fatti sono stato astemio fino ai 26 anni, cioè fino al 1986. Quindi sono poco più di trent'anni, in effetti.