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Il Carricante e la teoria dei 38 gradi

di Fabio Rizzari 30 ott 2019 0

Una febbricitante ma bella degustazione presso l’Alta Scuola Veronelli a Venezia.

Lo scorso fine settimana ho avuto l’onore di guidare un incontro – che non mi azzarderei a definire “lezione” – sui vini siciliani presso la neonata Alta Scuola Veronelli, a Venezia. Ospitata negli ultra scenografici spazi della Fondazione Cini, sull’isola di San Giorgio, la struttura didattica è intitolata al nume tutelare della nostra professione di enograffitari e di tutti i bevitori illuminati, Luigi Veronelli (1926-2004).

Con il patronato di vari altri enti e istituzioni, l’Alta Scuola si prefigge di:

“Dare valore alle produzioni agroalimentari italiane di qualità e alle rispettive filiere, sviluppando, negli operatori e nei consumatori, consapevolezza del loro contenuto culturale: questa è la missione dell’Alta Scuola Italiana di Gastronomia Luigi Veronelli, promossa da Seminario Permanente Luigi Veronelli e Fondazione Giorgio Cini. Per valorizzare il patrimonio agroalimentare come parte di un sistema culturale, l’Alta Scuola Veronelli propone servizi formativi pensati per i professionisti e i futuri operatori del cibo e del vino.”

Nel 2019 l’Alta Scuola ha dato vita a numerosi corsi, visite presso aree vinicole, seminari assortiti.
A Venezia sono arrivato, fior da fiore, negli unici giorni di febbre alta degli ultimi quindici anni. Il che è stato fonte di curiose alterazioni psicosensoriali (e d’altra parte ci sta, essendo un accademico alterato). Anziché apparirmi tutti uguali nell’ottundimento percettivo dell’influenza, i vini in degustazione mi sono sembrati stranamente espressivi: più chiari, più luminosi del solito. Le cavità nasali, sturate in via temporanea da un potente antistaminico, erano attraversate da flussi aromatici molto vividi. La lingua e il palato sentivano i sapori con inaspettata intensità.

Sorprendente. E sorprendente mi è parso un vino su tutti: il Carjcanti 2016 di Gulfi. Originario del territorio etneo, il carricante è un vitigno le cui potenzialità espressive non sono forse del tutto esplorate. Da Gulfi, che è un’azienda del ragusano, mi aspettavo rossi storicamente strutturati, spesso ugualmente potenti e reattivi; non bianchi dalla silhouette sottile e dall’energica spinta gustativa come questo. Davvero un conseguimento notevole.

Da qui la determinazione di tenere in futuro tutte le degustazioni più importanti con la febbre intorno ai 38 gradi: procurandomela magari come si faceva in passato per marcare visita al militare, cioè masticando tabacco o mettendomene delle foglie sotto le ascelle (cfr Totò Fifa e arena, 1948).

Nota del blogger
Per i tre lettori che ancora mi prendono sul serio: si scherza, eh. Non mi sognerei di suggerire bevute di vini o peggio degustazioni quando si ha la febbre a 38 gradi. Basta avere la febbre a 37,5.


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