il BOTTIGLIERE Le parole del vino

Daniel Thomases e la progressiva scomparsa della vecchia guardia

di Fabio Rizzari 03 mar 2020 0

La morte di un vecchio critico enologico statunitense induce a riflessioni poco incoraggianti.

La recente morte di Daniel Thomases, giornalista americano di storica militanza nel giornalismo enologico, genera per facile analogia una riflessione sulla scomparsa – o rarefazione – di un modo antico di intendere la critica e l’analisi di un vino.
Facile, ma non per questo scontata.

Apro una parentesi personale, sempre stonata quando scompare un personaggio pubblico; ma mi serve per raccogliere le idee. La foto del post l'ho scattata nel 2017, stavamo prendendo un caffè con Daniel (a sinistra, di profilo) e i vecchi colleghi Ernesto Gentili e Carlo Macchi a Novara, dopo gli assaggi dei nuovi vini nordpiemontesi.

Nel 1998 Veronelli mi propose di curare con Daniel la loro guida dei vini. Daniel si era detto felice e anzi aveva concordato con Veronelli la proposta. Il progetto non andò in porto ma rimanemmo in ottimi rapporti personali, pur avendo dei gusti sensibilmente diversi sul vino.
Ho degustato, conversato, viaggiato per vigneti con lui non poche volte.

Thomases aveva un approccio pragmatico allo studio dei luoghi, alle persone e della loro metodologia produttiva, all’assaggio dei vini. Prima di scrivere qualsiasi cosa, si documentava come un filologo tedesco.

La sua conoscenza delle aree viticole italiane era enciclopedica, quella dei vignaioli e delle loro ramificazioni familiari degna di un araldista. A questo aggiungeva una memoria implacabilmente efficace sulle annate dei singoli vini: di ogni etichetta italica ricordava il primo anno di uscita, le successive articolazioni temporali (“no, il 2002 non l’hanno prodotto, e hanno saltato pure il 2003”), le diverse vicissitudini produttive.
Sull’assetto proprietario dei diversi patrimoni vitati, poi, era un catasto vivente: “Pinco ha due ettari in gestione da Pallo, che però gli dovrà restituire fra dieci anni”.

Tutta questa erudizione dirà poco o nulla, mi rendo conto, a molte orecchie giovani. Suonerà anzi una sorta di ingombro, di inciampo noioso. Come un cumulo di masserizie danno fastidio nella soffitta del nonno.

Eppure questo genere di serietà, quasi di severità accademica ottocentesca, può insegnare qualcosa al presente. Un presente che azzera ogni riferimento storico che superi i tre giorni precedenti. Che accoglie e celebra lo scatto del momento, svincolato da qualsiasi analisi prospettica. Non è un caso che sempre più persone non sappiano concentrarsi sulla parola scritta, perché l’immagine ha vinto.

Anzi, non l’immagine, che ha comunque un suo potere evocativo e non esclude la riflessione. E nemmeno la fotografia, intesa come scelta creativa dell’attimo in cui cogliere o tentare di cogliere il significato del soggetto. Proprio l’atto meccanico e bruto dello scatto, o degli scatti sequenziali, con lo smartphone.  
 
Va bene, basta così. Malumori di un senescente che - come sempre accade da che mondo è mondo - non sa farsi un’idea progettuale dell'oggi.
Buon viaggio Daniel e alla prossima degustazione insieme, augurandosi che sia in un luogo ben illuminato.  


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