il BOTTIGLIERE Riflessioni

Beppe Rinaldi, i vini veri e i vini costruiti

di Fabio Rizzari 29 nov 2019 6

Un'altra chiave di lettura per capire se un vino è autentico o meno.

Qualche mese fa ho tenuto una serie di incontri – quattro – per la sezione enologica della Giunti Academy. Le serate sono state colloquiali più che professorali, e hanno costituito una sorta di preludio ai Master più strutturati dell’autunno (il primo è appena partito, con l’illuminata e illuminante conduzione di Armando Castagno; il secondo sarà avviato il 17 febbraio prossimo).

Durante uno dei quattro seminari, un giorno di maggio, ho affrontato un tema spinoso e dai contorni poco netti:

“Distinzione tra vini autentici e vini costruiti. Tutti i vini sono opera
dell’uomo. Esiste tuttavia una linea di demarcazione, sottile e mobile,
oltre il quale il numero di operazioni eseguite per fare un vino sconfina
nella manipolazione eccessiva e quindi nella ‘costruzione’.”

Dove il termine “costruzione” è inteso in accezione negativa; il che, mi rendo conto, non è immediatamente chiaro, a suggerire che un vino costruito è un vino diverso da un vino soltanto “fatto”. Che un vino costruito quindi contiene implicitamente elementi – se non finti, visto che per la legge italica si tratta di prodotti del tutto leciti – meno nobili di un vino autentico e leale.   

Nel corso della serata ho provato a fare lampeggiare la differenza prima concettuale e poi degustativa tra due vini veri e due vini costruiti. Mi sono soffermato sull’andamento stereotipato del rosso costruito: attacco di bocca morbido, centro bloccato da una componente tannica statica e insieme ruffianamente “vellutata”, finale fuori fuoco, vagamente (o talvolta sfacciatamente) dolciastro per gli zuccheri residui. Ho cercato di far cogliere la differenza non solo nella qualità della grana tannica, ma anche nella “distribuzione” dei tannini lungo l’arco gustativo: lunga e armoniosa nei vini veri, corta e ammassata nei vini costruiti.  

Non ho però certo esaurito le possibili distinzioni tra le due categorie, proprio perché a separarle non interviene una linea di confine netta, ma piuttosto un lento degradare da una all’altra.

Un’altra delle differenze mi è parso di coglierla ieri, quando ho aperto la mia ultima bottiglia di Barolo Brunate-Le Coste 2009 del grande Beppe Rinaldi. Ultima non sta a significare che ne avessi a casse, purtroppo, ma solo che ne era rimasta solo una delle tre acquistate a suo tempo.

Il vino era eccellente e non ne snocciolo le infinite virtù. Un dettaglio, però, mi ha fatto immediatamente andare con la mente a quell’incontro di maggio: la peculiare capacità dei vini veri – in questo caso, dei grandi vini veri – di procedere per addensamenti e rarefazioni di sapore. Un vino costruito si sposta in una linea retta, piatta. Non ha vera dinamica interna. È come il timbro metallico di un sintetizzatore vocale: sembra di ascoltare Siri, o un navigatore satellitare.

Il Barolo di Beppe Rinaldi ha fasi dove prevale il tatto delicato, la trasparenza, e fasi dove si addensano i tannini e più in generale il gusto. Si addensano, si badi bene, e non si ammassano. In “un gioco di rarefazioni e condensazioni”, prendendo in prestito le parole del musicologo Piero Rattalino.
Per questo il vino finto è un rumore, mentre un vino vero è musica.


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COMMENTI (6) AGGIUNGI UN COMMENTO



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Max Cochetti
29 novembre 2019 13:49 Alcune volte basta un articolo come questo per spiegare ad un neofita cosa intendiamo per vino vero
Fabrizio
1 dicembre 2019 12:12 Buongiorno, non capisco cosa intendiate come vini costruiti; cioè sono costruiti se vengono aggiunti tannini pre.imbottigliamento, mannoproteine, oppure tannini in fase di affinamento o fermentazione ? O ancora, ci si riferisce a filtrazioni particolari o pratiche enologiche tipo osmosi ecc...? Anche io credo che la linea sia sottile, talmente sottile che non esiste quasi; se un produttore ha bisogno di accanirsi con 1000 prodotti e 10000 lavorazioni, evidentemente, o non è capace, o parte da una materia prima di scarsa qualità, il che ci riporta al punto precedente. Inoltre credo che nessun produttore sbandieri ai quattro venti le aggiunte che fa nel vino, quindi può essere benissimo che abbia assaggiato vini "costruiti" talmente bene (lo auspico, visto che gli enologi sono piuttosto preparati di solito) da non accorgerli di aver varcato la linea.......del resto è talmente sottile....
Fabio Rizzari
1 dicembre 2019 18:00 Quello che intendo è descritto abbondantemente nel testo del post. Poi si può essere d'accordo o meno, è ovvio.
Fabrizio
1 dicembre 2019 19:15 Non è questione di essere d'accordo o meno, vorrei riuscire a capire, secondo lei, dopo che quantità di aggiunte, o di lavorazioni un vino diventa costruito; perchè se si tratta solo di sensazioni gusto-olfattive, diventa tutto molto opinabile. Io credo che se in un vino le sensazioni non sono sono equilibrate e risulta anche piatto non sia solo perchè è "costruito", ma perchè è fatto male, punto.
Fabio Rizzari
1 dicembre 2019 19:24 Abbia pazienza, sono entrato in molti dettagli pratici e ho anche usato delle metafore (più o meno retoriche). Se non ha letto il testo attentamente la invito a farlo. Se l'ha letto è evidente che lei non sia d'accordo, o che abbia delle perplessità. Il che, ripeto, è del tutto legittimo. Ma quello che volevo dire l'ho scritto. Amen.
Fabrizio
1 dicembre 2019 20:31 Grazie delle risposte, ho letto e capito l' articolo. La chiudo qui, non voglio tediare nessuno. Buona serata