il BOTTIGLIERE Le parole del vino

Beaujolais Nouveau e Novello: dalla condanna senza appello alla libertà (vigilata)

di Fabio Rizzari 11 dic 2019 1

Ovvero come tenersi equidistanti dalla furbizia del mercato e dagli stereotipi degli enosnob.

Scena prima. Enoteca di Roma Nord di stile tradizional/borghese. Clienti di età media sui 70 anni, con inserti occasionali di giovani hipster di zona che si adattano a cercare un po’ di vino per la serata evitando di calare nel congestionato centro città prenatalizio, dove di solito si riforniscono presso una rivendita “Vini e Oli” ben più cool: vini biodinamici, vini crudi, vini vegani, vini corsari, vini ribelli, vini ancestrali, vini delle Molucche, vini carbonari di condominio (prodotti in casa fra amici complici, con uve acquistate dal vignaiolo x umbro o dal vigneron y provenzale: il tutto con il vincolo ferreo di non parlarne a nessuno, nemmeno ai parenti stretti; nemmeno fra di loro; nemmeno con se stessi, nel teatro interno della coscienza).

Mi aggiro tra la suddetta fauna, con totoesca circo e ispezione, e non trovando quello che cerco chiedo a un commesso se hanno del Beaujolais Nouveau. La chiedo a bassa voce, quasi vergognandomi, come quando in un’epoca lontana si chiedeva una rivista osé a un giornalaio.
Un paio di enostrippati accanto intercettano la domanda, si scambiano sorrisetti beffardi di compatimento. Uno di loro, dandomi le spalle ma in tono ostentatamente chiaro, scandisce: “pensa che c’è ancora qualcuno che ci casca, nel marketing dei francesi”.

Mi aveva preso per un gonzo cui si rifila un qualsiasi liquido simil-vinoso. Un liquido simil-vinoso oltretutto passato di moda da molti anni. Doppiamente fesso, quindi.
D’accordo, ammetto di essere senz’altro un gonzo, in diversi altri contesti dell’esistenza umana. Però non in quello del vino; o almeno non a grandi linee. Senza troppo rimuginarci sopra decido quindi di replicare. Così, di pancia, come reazione istintiva.

- “Tu il Beaujolais non lo compri nemmeno, giusto? O al massimo andrai sui cru storici, giusto? Quelli sì che sono vini veri. Cosa preferisci, un Fleurie, uno Chénas, un Molin-à-Vent?” (sono stato un cafone a esordire con il tu, lo ammetto)    

- “In che senso, scusi?”

- “Dico, i cru di Beaujolais non sono solo un prodotto di marketing, vero? Quelli un po’ di legame vero con la terra ce l’hanno.”

- “Guardi che io stavo parlando di Champagne e del fatto che stanno dappertutto, che vuoi da me?” (proprio così, alternando il lei e il tu, nella concitazione di rispondere svincolandosi da quella che è diventata improvvisamente una situazione fastidiosa)

- “Niente, mi scusi/scusami, allora è un mio delirio personale. Buona giornata”

A ripensarci, non ho fatto male, perché è meglio non tenersi dentro i rodimenti, ma nemmeno bene. In linea teorica chissene se un estraneo pensa che sei un coglione, e non conosce il tuo lungo servizio nella fanteria della degustazione e della critica.
Però poi sfido qualsiasi enofilo a restare impassibile quando viene frainteso. Avete presente quando chiedete a un cameriere di raffreddare una bottiglia di rosso, e quello vi guarda come un troglodita, “perché il rosso si serve a temperatura ambiente”? Ecco, è la stessa cosa.

Ma sto divagando. Veniamo al punto: il Beaujoias Nouveau sarà pure un’astuta operazione di marketing; sarà pure un ripiego commerciale tirato fuori dal cilindro qualche decennio fa per fare cassa prima dell’anno nuovo; sarà pure prodotto con una tecnica omologante (la macerazione carbonica) che ammutolisce la voce del terroir. Sarà pure – insieme al Novello - tutto questo. Ma a me il risultato piace. Mi piacciono il suo timbro fruttato semplice e diretto, la sua debolezza tannica, la sua facilità di beva. E pazienza se sto parlando di una bevanda più che di un “vero vino”.  

Scena seconda. Al dunque, nell’enoteca tradizional/borghese il Beaujolais non l’ho trovato. Mi sono quindi rivolto alla storica e infallibile enoteca dei fratelli Trimani, sempre in Roma. Mentre mi proponeva un classicissimo Beaujolais Nouveau Drouhin, Paolo Trimani annotava con un filo di amarezza: “Negli anni Novanta vendevamo migliaia di bottiglie, tra Beaujolais Nouveau e Novello. A novembre, dopo il déblocage, mettevamo in assaggio una ventina di etichette: c’era la fila in negozio. Poi ci hanno pensato gli imbottigliatori italiani senza scrupoli, quelli che mettevano dei novellacci a due lire sullo scaffale dei supermercati, a far crollare le vendite.”

“Ma a te piacciono”, gli ho chiesto, “o si tratta di una mia perversione isolata?” “no, no, piacciono anche a me”, mi ha risposto. “E poi diciamocela tutta: quelli che sparano a zero sulla macerazione carbonica sono certe volte gli stessi che adorano i Borgogna rossi fatti con una parte… di macerazione carbonica. Sì, eh? ma allora spiegami: se ci si fa un Nouveau è una tecnica omologante, se ci si fa un Borgogna no?”.  

Scena terza. Mi sono bevuto il solito Beaujolais Nouveau di Drouhin. Con un piatto di amatriciana. E l’ho trovato pure gustoso, guarda un po’*. Perciò ogni due o tre anni ritiro fuori dal cassetto la relativa peroratio: non fatevi infinocchiare dal marketing, gallico o italico, ma nemmeno dai cliché dell’enosnob.

* per la verità l'ho trovato un po' sotto le pur non elevate aspettative: leggermente verde, poi un po' caldo: ma per tigna tengo il punto dell'argomentazione e confermo che era comunque gustoso


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Pp
16 dicembre 2019 20:18 Caro Fabio, meno male che ci sono persone schiette come te! Anch'io penso, molto modestamente, che la macerazione carbonica in purezza sia un po' omologante, forse troppo "invasiva". Personalmente, sono vini che riesco a bere poco, non che non mi piacciano, anzi, tuttavia, non riesco a finirmi una bottiglia. Come mi accade con molti altri vini (per fortuna!). Ma, in certi momenti, li adoro. Bevo pure i bianchi novelli, quando li trovo. E non me ne vergogno! Per quanto riguarda il discorso della macerazione carbonica in molti vini rossi "non novelli" (ed è una cosa che non riguarda solo i borgognoni!), voglio solo osservare che la macerazione carbonica, nei vini rossi, è un processo spontaneo e frequente, quando una parte dei chicchi rimane intera e immersa nel mosto in fermentazione, ricco, appunto, di anidride carbonica. E' chiaro che si può "giocare" su questo aspetto, ossia, sulla percentuale di chicchi interi nel mosto: da 0% a 100%. Ognuno fa come meglio gli sembra, peccato che non lo racconti, perché è come il segreto di Pulcinella! Parlando seriamente, si tratta di problematiche complesse, ma meno male che qualcuno cerca di fare chiarezza su questioni così importanti ai fini del prodotto. Un caro saluto