Dietro i libri

Quando un pasto può fare la differenza: la straordinaria storia di Mary’s Meals

di Redazione 22 giu 2017 0

Il racconto del fondatore di Mary’s Meals, l’organizzazione nata in Scozia che oggi offre un pasto a oltre un milione di bambini dei paesi più poveri del mondo.

Magnus durante una visita a una scuola di Blantyre, nel Malawi.

Foto di Heathcliff O'Malley

Vi proponiamo di seguito l’introduzione al volume La straordinaria storia di Mary’s Meals di Magnus MacFarlane-Barrow, uscito per Giunti il 14 giugno.


Mi trovo a scrivere nel vecchio capanno per gli attrezzi di mio padre. Fuori soffia un forte vento da est, che proviene dal monte Ben Lui, dalla finestra davanti a me riesco a vederne i fianchi leggermente innevati. L’aria fredda, che continua a sferzare, ululando, attorno a questo rifugio, è riuscita a trovare un varco tra le lamiere e ora ho i piedi gelati. Sento in lontananza il rumore di una motosega – dev’essere mio cognato che taglia la legna – e, di tanto in tanto, lo scoppiettio di un trattore che avanza lungo il sentiero che porta alla fattoria.

Non so esattamente quando è stato costruito questo capanno. Di sicuro era già presente molto prima del 1977, quando arrivai da queste parti con la famiglia: in effetti, è ben riconoscibile su una cartina del 1913, appesa in un vecchio corridoio dalle pareti in legno del Craig Lodge, l’edificio qui accanto (era la mia parte preferita, quando vi abitavo con i miei). Considerati i suoi cent’anni suonati, posso perdonargli l’evidente pendenza laterale e i cigolii metallici che provengono dal tetto.

All’inizio papà lo utilizzava come garage e officina (...), in seguito, quando ci trasferimmo e il Craig Lodge fu trasformato in un centro per ritiri spirituali, questo capanno divenne per qualche anno una fabbrica di rosari, dove alcuni giovani membri di una comunità si recavano per realizzare i grani delle coroncine in vari stili e colori. Poi, nel 1992, chiesi a papà di prestarmi questo e un altro fabbricato per riporvi gli aiuti materiali ricevuti in donazione in seguito a un appello che avevamo lanciato per aiutare i profughi della guerra in Bosnia. (...) Alla fine, dopo essere stato un magazzino per riporre vestiti, viveri, articoli da toletta e apparecchiature mediche, il vecchio capanno è diventato il nostro ufficio

(...) Fra le tante fotografie che conservo accanto alla scrivania c’è quella di una famiglia che viveva in una casetta più piccola e addirittura più modesta di questa. L’ incontro con quella gente, avvenuto nel 2002 in Malawi (dieci anni dopo aver guidato la prima piccola raccolta di aiuti per la Bosnia-Erzegovina) durante una terribile carestia, cambiò per sempre la mia vita e quella di migliaia di altre persone.

Emma con i figli, tra cui Edward, seduto dietro, alla sinistra della mamma (2002)

Nella foto si vedono sei bambini seduti accanto alla mamma, ormai in fin di vita, distesa su un tappetino di paglia. Dentro quella dimora di fango e mattoni faceva un caldo asfissiante − tanto che avevo la camicia fradicia di sudore − e il soffitto era così basso che, anche se mi ero chinato, continuavo a sfiorarlo con la testa. Mi sentivo un po’ in imbarazzo, come un gigante estraneo che aveva invaso la vita di una famiglia in un momento di grande intimità. Ma poiché mi avevano invitato calorosamente, mi accucciai per avvicinarmi e parlare con loro. 

I miei occhi, con l’aiuto della luce fioca che filtrava attraverso una finestrella senza vetri, si erano adattati all’oscurità della stanza e ho potuto vedere Emma. La donna era avvolta in una vecchia coperta grigia e parlava supplicandoci a mani giunte. «Ormai posso solo pregare che, quando non ci sarò più, qualcuno si occupi dei miei figli» mi sussurrò, iniziando a confidarmi i motivi delle sue angosce.

Aveva perso il marito un anno prima a causa dell’AIDS, la stessa malattia che ora stava per separarla dai figli. Era soprattutto il loro futuro ad angosciarla, perché tutti gli adulti del villaggio − oltre ai propri − si stavano già prendendo cura di tanti bambini orfani e non sapeva chi avrebbe potuto occuparsi dei suoi. A questi pensieri si aggiungevano dei dolori fisici lancinanti. Ad assisterla c’era una vicina di casa, che si era offerta di farci da interprete: una badante esperta che faceva del suo meglio per alleviare le sue sofferenze, anche se non poteva offrirle neanche un semplice analgesico, figurarsi un farmaco specifico per quella malattia. 

Non che tali medicine le sarebbero servite a molto: per sortire effetto, infatti, avrebbero dovuto essere accompagnate da un’alimentazione sana e nutriente, e quella famiglia aveva poche scorte di cibo. La casupola era circondata da campi riarsi, dove il granturco, quell’anno, era cresciuto a malapena. La pancia di Chinsinsi, il bambino più piccolo che stava seduto sul tappetino, era tesa e gonfia: un chiaro segno di denutrizione.

Iniziai a parlare con Edward, il figlio maggiore. Era seduto con la schiena ben diritta, come se volesse apparire più alto di quanto non fosse. Indossava una maglietta nera che, sebbene più grande di qualche taglia, era pulita, a differenza dei luridi stracci che avvolgevano i fianchi dei suoi fratelli. Mi disse che aveva quattordici anni e che passava la maggior parte del tempo ad aiutare la mamma nei campi e a casa. Gli chiesi se avesse dei sogni, dei progetti, forse perché cercavo uno spiraglio di speranza per illuminare quella conversazione così triste. Di certo non speravo di ricevere la risposta che avrebbe impresso una svolta alla mia vita e a quella di tantissime altre persone.

Edward ci pensò su qualche istante, poi, in tono serio, disse: “Vorrei avere abbastanza cibo da mangiare e poi vorrei poter andare a scuola, un giorno”.

Non feci in tempo a finire la conversazione e a uscire da lì, accompagnato dai ragazzi sotto l’implacabile sole del Malawi, che mi resi conto di quanto quelle semplici parole, audaci come i sogni di un adolescente, si fossero impresse nel mio cuore. Erano state un grido allo scandalo, la conferma di un’idea che aveva già iniziato a delinearsi, un invito ad agire che non poteva più essere ignorato. Significarono molto per me. L’ orribile tragedia familiare che si stava consumando in quella buia capanna riassumeva le sofferenze e i problemi insolubili in cui mi ero imbattuto nei dieci anni precedenti. Tali parole confermarono un’ispirazione che avevo avuto di recente e furono la scintilla che diede il via a un’iniziativa che covava da qualche tempo sotto la cenere, e che sarebbe poi sfociata in Mary’s Meals.

Sul muro del capanno, dietro di me, è appeso un poster che riporta in alto, scritta in grassetto, la visione contenuta nella nostra dichiarazione dei valori: 

La nostra missione è far sì che ogni bambino riceva un pasto quotidiano nel suo luogo di istruzione, e che chi possiede più del necessario condivida i propri beni con chi non dispone neanche dell’essenziale.

Bambini che gustano il pasto offerto da Mary's Meals a Cité Soleil, Haiti (2006)

Sono passati molti anni dall’incontro con Edward. Nel corso del tempo quell’intuizione è diventata via via più chiara e si è rafforzata la convinzione di poterla realizzare. Ci siamo resi conto, infatti, che l’offerta di un pasto giornaliero in una scuola può davvero trasformare la vita di tanti bambini poveri, permettendo loro sia di soddisfare subito il bisogno primario di cibo, sia di ricevere un’istruzione: la vera chiave per sfuggire alla trappola della miseria. I pasti serviti negli istituti frequentati da tanti piccoli affamati sono aumentati in modo straordinario: oggi sono oltre un milione i bambini che ricevono ogni giorno assistenza da Mary’s Meals.

(...) Non avevo mai programmato di svolgere quest’attività, né avevo mai pensato di fondare un’organizzazione. Sono una persona poco qualificata, di certo non la più adatta a portare avanti una missione simile. Nonostante i miei limiti, abbiamo raggiunto questo risultato grazie a tutta una serie di accadimenti e incontri imprevisti, di inviti gentili a cui hanno risposto persone di tutti i tipi con un affetto e una fedeltà straordinari. 

L’ incontro con Edward, seppur decisivo per mettere a fuoco quale attività svolgere, è stato solo uno dei tanti fatti che erano già accaduti da vent’anni, prima che pronunciasse quelle fatidiche parole. Una catena che aveva iniziato a formarsi quando avevo solo quindici anni e mi trovavo in un paesino sperduto fra i monti della ­Jugoslavia. Dove avevo incontrato un’altra madre affettuosa, preoccupata per i suoi figli...

Magnus MacFarlane-Barrow
La straordinaria storia di Mary’s Meals
Giunti
Firenze 2017
pp. 288
prezzo di copertina: 12,00 €

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