Dietro i libri

«Il mio foraging etico». Intervista a Valeria Mosca

di Camilla Micheletti 16 mag 2019 0

Alcuni consigli per approcciarsi in maniera sostenibile alla raccolta del cibo selvatico dall'autrice di “Imparare l'arte del foraging”.

Sebbene la parola foraging suoni come esotica e ci rimandi subito alle esperienze nordeuropee del Nordic Food Lab di Rene Redzepi, la raccolta del cibo selvatico è un gesto estremamente umano, antico, radicato nei territori in cui viviamo. Un gesto in cui si sintetizza la cultura di chi affronta il paesaggio ed è in grado di tutelare i propri simili dai pericoli e allo stesso tempo li guida in scenari meravigliosi.

Serve tanta preparazione, esperienza e rispetto della natura, soprattutto se intendiamo dedicarci a forme di foraging “etico”, quelle che vanno alla ricerca di piante invasive, introdotte nel nostro ecosistema dall'uomo come piante ornamentali e diventate dannose per altre tipologie di vegetali.

Abbiamo intervista Valeria Mosca, fondatrice di Wood*ing Wild Food lab e autrice del nuovo libro Imparare l'arte del foraging, per farci raccontare meglio questa antica disciplina.


Camilla Micheletti: Come è nata la tua passione per il foraging?

Valeria Mosca: Fin da piccola mi sono approcciata al mondo della natura osservando mia nonna, valtellinese, che raccoglieva le erbe spontanee. Una volta all'università ho studiato Conservazione dei Beni Antropologici, immergendomi in discipline come l'etnobotanica. Ho poi lavorato nelle cucine di ristoranti stellati, in cui ho fatto ricerca e sviluppo sulla materia.
Tutte queste esperienze, apparentemente disconnesse, hanno trovato una sintesi nel Wood*ing – Wild food lab, una realtà che fa ricerca scientifica sul cibo selvatico per l'alimentazione umana, analizzandolo da punto di vista chimico nutrizionale e ambientale. Svolgiamo poi attività divulgative, consulenze, corsi e formazione, che in questo settore sono fondamentali.

CM: Foraging o raccolta, o ancora meglio fitoalimurgia: quale definizione preferisci? Quando si parla di foraging intendiamo solo la raccolta di erbe spontanee?

VM: Le definizioni sono più o meno equivalenti, tuttavia quando si parla di foraging si intende la raccolta del cibo selvatico a 360° gradi, ovvero tutti quegli alimenti che non sono inclusi nella disciplina della caccia, compresi funghi, molluschi, insetti, eccetera. L'alimurgia è invece la scienza che studia la possibilità di cibarsi di cibo selvatico, un settore dell'etnobotanica.

Fiori di acacia

CM: Quali sono le regole più importanti da tenere a mente quando ci approcciamo al foraging? 

VM: Oggi la raccolta è regolata da una serie di leggi codificate. Il punto di partenza è la tutela dell’ambiente: si tende a moderare attività del forager, che deve conoscere a fondo gli habitat e vivere in armonia con la natura.
C’è poi il tema della sicurezza personale: è necessario studiare molto, partire con calma e approcciarsi alla raccolta attraverso l'esperienza di chi ne sa più di noi, poiché ci sono molte piante che possono essere confuse con quelle commestibili e che invece sono tossiche o addirittura mortali. Si può cominciare, per esempio, imparando a riconoscere 2-3 piante, e poi aggiungere progressivamente altre specie.
Chi raccoglie, infine, non deve impoverire gli ecosistemi: per questo è meglio concentrarsi sulle piante cosiddette invasive.

CM: Una sorta di foraging etico?

VM: Da sempre ho un approccio conservativo nei confronti degli ambienti in cui raccolgo: nel mio libro presento piante che non sono tradizionali, ma aliene e invasive al nostro ecosistema.
Queste specie spesso sono state introdotte dall'uomo come piante ornamentali nei giardini, hanno trovato un habitat idoneo e oggi danno fastidio alla nostra biodiversità. Raccogliendo questi vegetali cooperiamo con l'ambiente, ottenendo cibi buoni da consumare.

CM: Ci può fare qualche esempio?

VM: Il poligono del giappone, una grande specie di pianta erbacea originaria dell'Asia orientale, il carpobrotus, (Fico degli Ottentotti) una pianta originaria del Sudafrica, e l'arundo donax, una canna invasiva simile al bambù sono tra le piante che suggerisco di più. Anche l'acacia, di cui in questi giorni si possono raccogliere i fiori che sono davvero ottimi fritti, è una pianta particolarmente invasiva.

Poligono del Giappone
Arundo donax

CM: Foraging e benessere: per diventare un esperto di foraging è necessario fare molto esercizio fisico? Da dove partire?

VM: Nell’antichità la raccolta era un'attività prettamente femminile: oggi è una pratica per tutti coloro che hanno voglia e capacità di operare in condizione a volte anche estreme, dove lo sforzo fisico è un elemento importante.
La conoscenza di discipline come trekking, immersioni (per chi raccoglie le alghe), arrampicata sono in molti casi davvero utili.
Quando ci troviamo nella natura, inoltre, bisogna fare i conti con la paura di ciò che non si conosce, con il senso di isolamento e lontananza dalla civiltà. In molti casi si tratta di uno sforzo sia fisico che mentale.

CM: Un capitolo è dedicato all'urban foraging: quali accorgimenti adottare in questo caso?

L’urban foraging si sta diffondendo sempre di più nei paesi angolsassoni e presto arriverà anche da noi: raccogliere il cibo selvatico in città ci permette di capire come la natura cerchi di riappropriarsi di quelli che consideriamo i “nostri” spazi. Naturalmente ci sono alcuni accorgimenti da tenere a mente, per esempio consumare solo la parte aerea delle piante (che si può pulire facilmente) e non le radici, che invece spesso assorbono l'inquinamento cittadino.

COMMENTI (0) AGGIUNGI UN COMMENTO



* Campi obbligatori

Non ci sono commenti