Dietro i libri

3 novembre 2017: trent’anni di manifesto Slow Food

di Redazione 03 nov 2017 0

Trent’anni fa veniva pubblicato sul Gambero Rosso il manifesto dello slow food. In occasione dell’anniversario ve ne riproponiamo il testo integrale.

Carlo Petrini agli albori del suo impegno politico negli anni '70

Foto di archivio slow food

In occasione del trentesimo anniversario della pubblicazione del manifesto di Slow Food, comparso sulla prima pagina del Gambero Rosso il 3 novembre del 1987, pubblichiamo un estratto dal libro Slow Food. Storia di un’utopia possibile, di Gigi Padovani e Carlo Petrini. Il libro racconta la storia dellassociazione che ha cambiato il modo di intendere il cibo fino ai giorni nostri, e in questo passaggio si parla proprio della nascita del Manifesto e delle sue radici culturali e intellettuali.


Il primo McDonald’s italiano (oggi sono più di cinquecento) aprì un po’ in sordina a Bolzano il 15 ottobre 1985 e chiuse nel 1999 per problemi di affitto. Ma il secondo, a Roma, presentato come il più grande del mondo con i suoi 1200 metri quadri, suscitò polemiche e aspre reazioni tra gli intellettuali italiani, preoccupati più per lo sfregio che a piazza di Spagna avrebbe comportato la grande «M» sulla facciata di un antico palazzo, che per la qualità delle vivande servite. L’arrivo del fast food fu un avvenimento rilevante, in l’Italia, e in particolare nel centro storico di Roma non poteva passare inosservato. Il Comune impedì soltanto a McDonald’s di mettere l’insegna gialla sulla facciata.

Non era soltanto una questione urbanistica. Il fast food coinvolgeva abitudini e costumi, come capì subito la televisione commerciale italiana, che varò in quegli anni la trasmissione capostipite di tutto il genere, il Drive In di Antonio Ricci con Giorgio Faletti nelle vesti del «paninaro»: fu il programma più innovativo di Fininvest, non a caso legato alla cultura americana del cibo veloce e del cinema da guardare in auto.

Nelle cene all’Osteria dell’Unione di Treiso si dissertava con disgusto snob di quell’Italia consumista e televisiva. Tra un bicchiere di Dolcetto e un piatto di tajarin di Pina, una sera nacque l’idea di reagire. Lo racconta Folco Portinari, allora dirigente della Rai a Milano: «Alcuni locali storici d’Italia, anche a Firenze, si erano trasformati in fast food. A forza di sentirne parlare, ci venne l’idea di cercare di arginare questa calata dei barbari con lo slow food: la intendemmo come una trincea difensiva. Carlin mi chiese di provare a stilare un manifesto con la nostra filosofia. Cercai di spiegare che dietro al fast food c’era una nuova cultura e una nuova civiltà con un unico valore: il profitto. Il piacere è del tutto incompatibile con la produttività, in quanto il tempo che viene speso per la sua ricerca viene tolto alla produzione: anche fare l’amore è un’attività inutile e peccaminosa. Mi misi all’opera, pur sapendo che in realtà il vero manifesto contro il fast food era già stato realizzato da Charlie Chaplin nel suo film Tempi moderni. Volevamo recuperare il valore del corpo e del piacere. Ebbi la ventura di trovare l’espressione fast life, poiché il tempio in cui se ne celebravano i riti era il fast food. Il sottotitolo che trovai a quel manifesto era “Movimento Internazionale per la Tutela e il Diritto al Piacere”. Il retroterra culturale veniva dalla mia esperienza nella rivista La Gola, che allora trattava di cultura materiale, quando nessuno lo faceva, con tanti intellettuali provenienti da Alfabeta e dal Gruppo 63 di Nanni Balestrini. Quell’esperienza, un po’ elitaria e aristocratica, aveva riti molto belli, come le riunioni di redazione con discussioni infinite, senza che ci fosse un direttore. Una cultura che contribuì a far nascere il movimento per lo slow food. Il nostro obiettivo non era soltanto il cibo: volevamo rivalutare anche il tango, l’ombrello, la lentezza della vita e dei suoi oggetti. Mi battei anche per chiamare l’associazione Arcigola – inteso come superlativo – e non Arci-Gola. E da vecchio ungarettiano, insistevo anche su due aggettivi, ilare e allegro. Pensavo all’Allegria di naufragi di Giuseppe Ungaretti e al vecchio capitano che comunque ricomincia a viaggiare dopo la tragedia».

Il manifesto comparso sul Gambero Rosso il 3 novembre 1987

Poeta, critico, intellettuale ironico e colto, Portinari scrisse il testo, Petrini raccolse le adesioni e il 3 novembre 1987 comparve sulla prima pagina del Gambero Rosso (anno II numero 11). Dopo le firme di Portinari, Petrini, Bonilli e Parlato, seguivano quelle di Gerardo Chiaromonte e di artisti di fama: Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Enrico Menduni, Antonio Porta, Ermete Realacci, Gianni Sassi, Sergio Staino. Il primo documento era più lungo di quello entrato a far parte degli atti ufficiali di Slow Food. Questo il testo integrale. 

Questo secolo è nato, sul fondamento di una falsa interpretazione della civiltà industriale, sotto il segno del dinamismo e dell’accelerazione: mimeticamente, l’uomo inventa la macchina che deve sollevarlo dalla fatica, ma al tempo stesso adotta ed eleva la macchina a modello ideale e comportamento di vita. Ne è derivata una sorta di autofagia, che ha ridotto l’homo sapiens a una specie in via di estinzione, in una mostruosa ingestione e indigestione di sé. 

È accaduto così che, all’alba del secolo e giù giù, si siano declamati e urlati manifesti scritti in stile sintetico, “veloce”, all’insegna della velocità come ideologia dominante. La fast life come qualità proposta ed estesa a ogni forma e a ogni atteggiamento, sistematicamente, quasi una scommessa di ristrutturazione culturale e genetica dell’animale-uomo. Uno stile adeguato al fenomeno, pubblicitario ed emozionale, di slogan intimidatori più che di razionali considerazioni critiche. Giunti alla fine del secolo non è che le cose siano di molto mutate, anzi, se la fast life si è rinchiusa a nutrirsi nel fast food

Due secoli abbondanti dopo Jenner, i sistemi di vaccinazione contro ogni male endemico ed epidemico si sono oramai imposti come gli unici che diano garanzie. Perché non seguire, allora, e assecondare la scienza nella sua lezione di metodo? Bisogna prevenire il virus del fast con tutti i suoi effetti collaterali. Perciò contro la vita dinamica proponiamo la vita comoda. Contro coloro, e sono i più, che confondono l’efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati da un praticarsi in lento e prolungato godimento. Da oggi i fast food vengono evitati e sostituiti dagli slow food, cioè da centri di goduto piacere. In altri termini, si riconsegni la tavola al gusto, al piacere della gola. 

È questa la sommessa proposta per un progressivo quanto progressista recupero dell’uomo, come individuo e specie, nell’attesa bonifica ambientale, per rendere di nuovo vivibile la vita incominciando dai desideri elementari. Il che significa anche il ripristino di una masticazione giustamente lenta, la riacquisizione delle norme dietetiche salernitane, ingiustamente obsolete, nel recupero del tempo nella sua funzione ottimale, di organizzazione del piacere (e non della produzione intensiva, come vorrebbero i padroni delle macchine e gli ideologi del fast). D’altra parte gli efficientisti dai ritmi veloci sono per lo più stupidi e tristi: basta guardarli. 

Se poi, imbarbariti dallo stile di comunicazione dominante, si reclamassero gli slogan a tutti i costi, certo non mancherebbero: a tavola non si invecchia, per esempio, sicuro, tranquillo, sperimentato da secoli di banale buonsenso. Oppure: lo slow-food è allegria, il fast-food è isteria. Sì, lo slow food è allegro! 

D’altra parte sappiamo da millenni che il piè veloce Achille non raggiungerà mai la tartaruga, la quale esce vittoriosa dalla corsa. Con bella lezione non solo matematica ma morale. 

Ecco, noi siamo per la tartaruga, anzi, per la più domestica lumaca, che abbiamo scelto come segno di questo progetto. È infatti sotto il segno della lumaca che riconosceremo i cultori della cultura materiale e coloro che amano ancora il piacere del lento godimento. La lumaca slow.


È bene spiegare due passaggi del documento. Quando si parla degli «urlati manifesti (…) all’insegna della velocità», Portinari e gli altri firmatari si riferiscono al Manifesto del Futurismo, movimento di avanguardia artistica e intellettuale, pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti sul giornale parigino Le Figaro del 20 febbraio 1909. Il testo – prima di glorificare la guerra e il «disprezzo per la donna» – annunciava questi intenti: «Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità (…). Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità». Quanto a Edward Jenner, è il medico inglese che nel 1796 introdusse la vaccinazione antivaiolosa. 

La chiocciola sulle tessere dell'Arcigola nel 1988.

Il documento fu presentato anche sul numero 11 de La Gola, nel novembre 1987. Antonio Porta scrisse un ironico articolo intitolato La paura della sveltina: «Il manifesto dello slow food in fondo è il sogno di stringere fra le braccia con il petto contro le poppe, la vecchia cucina antica, in un lento abbraccio». Il poeta chiosava, con un richiamo più pratico: «Ma oltre che incitare alla rivolta (contro la ristorazione truffaldina, NdA), l’organizzazione a favore dello slow food dovrebbe fornire strumenti di conoscenza e di orientamento.

Si auspica che allo scopo possa egregiamente servire la nuovissima guida ai Vini d’Italia preparata dall’Arcigola e dal Gambero Rosso. Sapete che divertimento confrontare le misere (e spesso inesistenti) carte dei vini con le pagine della guida? È fuori discussione che la conseguenza (o promessa) dello slow food sia il recupero della qualità del bere». 

Il testo con l’idea, il manifesto fondante del movimento, fu impaginato sulla copertina del Gambero Rosso con al di sotto il disegno di un’enorme lumaca (o chiocciola, come si incominciò a dire in Arcigola, quando i suoi affiliati presero l’abitudine di portare il piccolo emblema al bavero della loro giacca) e l’annuncio che la tessera dell’associazione – che aveva già 15 mila soci – per il 1988 avrebbe avuto come simbolo il mollusco. «Il manifesto si affermerà come proposta di vita. Sotto il segno della lumaca», concludeva un editoriale di prima pagina. Da quel momento, stilizzato da Gianni Sassi, il grazioso animaletto diventò il logo di tutta la comunicazione diffusa da Via Mendicità Istruita.

Guarda i video sulla storia di Slow Food

Carlo Petrini, Gigi Padovani
Slow food. Storia di un’utopia possibile

Giunti, Firenze 2017
pp. 352
prezzo di copertina: 18 €

Photo credits: © Archivio Slow Food

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