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Un bicchiere all’altezza. Ad alta quota è meglio bere vino, spumante o birra?

di JACOPO COSSATER 31 mar 2017 0

Che cosa è meglio servire – e ordinare – durante un viaggio in aereo? Un articolo dell’Economist spiega come mutano i sapori a 10.000 metri e dà qualche consiglio ai viaggiatori.

Che durante un qualsiasi volo diciamo superiore alle 3 ore sia considerato come assolutamente normale bere almeno un bicchiere di vino è cosa ormai data per certa. Da diversi anni a questa parte un po’ tutte le compagnie hanno infatti dimostrato una sempre maggiore attenzione alla loro offerta, e non mi riferisco alle sole classi considerate come “premium”. Anche in economy è oggi possibile scegliere tra vini tutt’altro che banali, che siano spumanti, bianchi e rossi.

C’è un problema, però: al diminuire della pressione e dell’umidità presenti nella cabina corrisponde un calo relativo alla sensibilità delle nostre papille gustative. Da qui la necessità di premere il più possibile l’acceleratore su gusti dal tratto deciso, capaci di lasciare il più possibile il segno. Non è la prima volta che una grande testata dedica un po’ di spazio a questo tema. Qualche settimana fa è stata la volta dell’Economist con un pezzo dal titolo Cosa bere a 10.000 metri di altezza, apertura intelligentemente adattata da Internazionale nel più pratico In aereo scegliete il vino rosso e lasciate perdere lo Champagne. Scrive per esempio il settimanale inglese:

Il 22 febbraio la Cathay Pacific ha lanciato la sua birra artigianale per i passeggeri di prima e business che volano tra Londra e Hong Kong, in quella che appare una scelta calcolata. La quantità di luppolo è stata abbassata per rendere il sapore meno amaro, mentre sono stati aggiunti frutta e miele come dolcificanti. Questo renderebbe dolciastra la birra se fossimo a terra (…) ma più gradevole in una cabina pressurizzata rispetto al sapore ordinario.

E ancora:

Will Lyons, un giornalista specializzato in bevande alcoliche, ha scritto in una guida del Wall Street Journal che “i vini hanno un sapore molto diverso ad alta quota. La combinazione di altitudine e bassa umidità tende ad accentuare l’alcool e l’acidità di un vino”. Non solo, prosegue, “il clima secco in cabina rende più pronunciati i tannini, i composti di sapore amaro che si trovano nel vino rosso”. Per questo i vini più stagionati tendono ad avere un sapore migliore di quelli più giovani, essendo più morbidi e poiché i sapori da bacca rossa sono preferibili rispetto a quelli d’agrume. “Il mio consiglio per chi vola è sempre stato di scegliere i vini più corposi, maturi e più espressivi, a bassa acidità. Per esempio merlot, pinotage o shiraz tra i rossi o chardonnay, semillon e viognier tra i bianchi”, scrive.

È come se in quota i nostri sensi siano per certi versi offuscati, condizione che rende più difficile apprezzare la naturale complessità di ogni vino. A questo si aggiunge un ulteriore elemento di disturbo, il rumore. Quello causato dai motori sembra sia in grado di influenzare il gusto facendone emergere alcuni e smorzandone altri, come la dolcezza. Non è un caso che uno dei cocktail preferiti dai viaggiatori di tutto il mondo sia il Bloody Mary. Il succo di pomodoro è infatti ricchissimo di umami, sapore accentuato proprio dalle condizioni di volo e legato alla presenza di quel glutammato così diffuso nella cucina orientale.

È per questo che gli spumanti, specie quelli meno dosati, in volo rischiano di apparire meno buoni del solito: la loro spiccata acidità, almeno a 10.000 metri di altezza, copre parte del loro sapore. Una condizione che sembra tuttavia non scoraggiare né i produttori né le migliori compagnie aeree. Famoso in questo senso l’esempio di Emirates, sono ormai anni che la compagnia di Dubai offre lungo alcune delle sue tratte più lunghe Champagne di sicura fama, dal Dom Pérignon in prima classe al Veuve Clicquot in business.

Non si tratta certo di un caso isolato, non c’è infatti maison di spessore che non possa vantare almeno una partnership con una grande compagnia aerea internazionale. Da Taittinger e Singapore Airlines a Louis Roederer e American Airlines, da Billecart-Salmon e Etihad a Laurent-Perrier e Lufthansa, solo per citare alcune delle etichette più celebri che si alternano in una gara tutta particolare, quella della migliore carta dei vini in quota. Oppure l’esempio del Consorzio per la tutela del Franciacorta, da anni tra i partner di Alitalia non solo all’interno delle lounge aeroportuali ma anche a bordo delle maggiori tratte.

Il motivo credo sia da ricercarsi nello scopo stesso dell’alcolico in volo: non una questione di piacere ma di necessità, far passare il tempo tra il decollo e l’atterraggio il più velocemente possibile.

 

>>>Leggi l’articolo dell’Economist<<<
>>>Leggi l’articolo di Internazionale<<<

 

 

 

 

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