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“Silenzio assenzio”, una fata verde nel bicchiere

di Franco Lodini 09 lug 2019 0

Storia e pregiudizi di una pianta della Belle Époque diventata la bevanda degli artisti.

Nella puntata precedente vi avevo parlato dell’artemisia (Artemisia vulgaris), adesso tocca a un’altra artemisia, cugina più famosa della precedente, più conosciuta con il nome di assenzio (Artemisia absinthium).

Questa pianta, anch’essa intensamente profumata come l’artemisia, ma dal caratteristico colore grigio per una peluria bianca che ricopre il verde delle foglie, è la base aromatica essenziale di molti liquori tra cui il più famoso è il vermut, il tradizionale vino aromatizzato torinese, il cui nome viene dalla parola tedesca Wermut che vuol dire proprio “assenzio“.

Alta anche oltre un metro, può prendere l’aspetto di un arbusto ed è una pianta perenne, quindi la troverete spesso negli stessi luoghi; alla base ha una parte legnosa che rimane anche d’inverno, mentre la parte verde secca.

Si trova dappertutto in Italia fino ai 2000 m, escluse però le isole e la pianura padana e la vedrete vicino ai muri, negli incolti e presso le siepi.

Ha in comune con la cugina artemisia parecchie proprietà, fra queste anche quella di essere un ottimo disinfettante, tant’è che i soldati francesi, di stanza in Algeria, lo usavano per disinfettare l’acqua non potabile. In Marocco invece viene usato anche per preparare il classico tè al posto della menta.

Ma, come avevo accennato prima a proposito del vermut, l’uso più comune è come sostanza amaricante (è ancora più amaro dell’artemisia), usata nella preparazione dei liquori (si trovano molte ricette “casalinghe” sul web); il distillato invece era diventato molto di moda alla fine dell’800 negli ambienti artistici e bohemien della Belle Epoque parigina. Fu infine bandito dalle autorità perché sospettato di dare assuefazione ma probabilmente questa era dovuta solo all’abuso dell’alcol e non al principio attivo dell’assenzio che vi era contenuto. Infatti il distillato d’assenzio era molto forte, ca. 70°, e amarissimo, per questo veniva diluito con acqua fredda a piacere che veniva fatta colare su una zolletta di zucchero posta su un apposito cucchiaio traforato messo sopra il bicchiere.

La “fata verde” come veniva chiamato, acquisiva così con questo rito, un fascino tutto particolare: Oscar Wilde, regolare bevitore di assenzio, così scrisse: “Un bicchiere di assenzio è poetico come nient’altro al mondo. Che differenza c’è tra un bicchiere di assenzio e un tramonto?

Istruzioni per l’uso: il principio attivo sotto accusa e ritenuto ingiustamente responsabile di tutti i mali causati dall’assenzio è una sostanza chiamata tujone, un composto organico che si trova in modeste quantità nell'assenzio ma ne contengono tracce anche la salvia e l’issopo. È definito “principio attivo” perché è una sostanza che può avere un effetto terapeutico positivo ma anche tossico, per cui bisogna stare attenti a come lo si usa, mai abusarne e sempre con il consiglio di un professionista.


Le erbe nell’arte: non sono pochi i pittori che hanno dipinto nei loro quadri l’assenzio, una bevanda così popolare e di moda tra gli artisti che frequentavano i caffè parigini della Belle Epoque. Tra questi pittori c’era anche Picasso, che dipinse La bevitrice di assenzio nel 1901, ma a me personalmente piace di più il dipinto di Degas intitolato proprio L’assenzio, dipinto nel 1875/76 in un famoso caffè di place Pigalle. Infatti il pittore, che ai dipinti en plein air dei suoi amici e colleghi impressionisti, preferiva le atmosfere dei caffè parigini, ci dà un ritratto impietosamente realistico di due persone, vicine fisicamente ma indifferenti l’una all’altra, che soffrono della silenziosa disperazione dell’alcolismo.

Ci mise due anni a dipingerlo questo quadro, per dargli infine quei colori grigi, quasi tristi che sembrano riflettere gli sguardi allucinati dei due bevitori, di cui la donna, una prostituta, con questi occhi tristi, annebbiati e fissi nel vuoto, è la bevitrice di assenzio (da notare la bottiglia vuota sul tavolino accanto, a sinistra).

Sembrano scritti apposta da Baudelaire questi versi, tratti da I fiori del male, per i due personaggi del quadro di Degas:

Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,
Vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero
.

Edgar Degas (1834-1917), L’Absinthe (1875-76); dipinto a olio su tela (92x68 cm); musée d’Orsay, Parigi
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