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Quello che c'è da sapere sul punch

di Camilla Micheletti 23 dic 2015 0

Cocktail alcolico ideale per "scaldare" l'umore durante le feste natalizie, ha origini antiche e ne esiste una versione livornese (de').

Una ciotola di punch

Una tipica scena da film natalizio ambientato nei sobborghi di una tipica cittadina americana, prevede solitamente che la zia di turno si avvicini barcollante e sghignazzante al tavolo del pranzo. La causa di questo comportamento è da ricercare nel recipiente in cui galleggiano spezie che si fanno largo tra fette di arancio o limone: la ciotola del punch.

Nel mondo anglosassone ogni casa può vantare la ricetta perfetta per il punch natalizio: realizzato in migliaia di varianti (anche se il rum è ancora il distillato più gettonato), si tratta un cocktail preparato in grande scala. A differenza dei drink che siamo abituati a bere dopo cena al bancone del bar viene servito in bicchieri che si riempiono da una grande ciotola di vetro, con tanto di mestolo apposito. La composizione originale prevede l’utilizzo di agrumi, alcol, acqua, zucchero e spezie.

Antenato dei nostri aperitivi (anche dei vermut che nascono proprio come vini aromatizzati), al di là della sua aurea vintage (o forse proprio per questo), il punch può essere un’ottima soluzione per accogliere gli ospiti a Natale: è in grado di creare fin da subito un’atmosfera di festa, ed è facilmente realizzabile anche in versione analcolica per gli invitati più piccoli.

Stemma della Compagnia delle Indie Orientali


 UN PO' DI STORIA


Si narra che il punch sia nato nel XVII secolo a bordo delle navi britanniche della Compagnia delle Indie Orientali. Anche se alcuni sono pronti a giurare che si trattasse di una bevanda tradizionale indiana, che poi gli inglesi hanno fatto propria, l’ipotesi più realistica pare essere quella che affida l’invenzione a qualche anonimo funzionario della compagnia mercantile. La parola “punch”, infatti, compare per la prima volta nel 1632 in una lettera scritta da soldato della Compagnia a un operatore commerciale. Il nome deriverebbe anch’esso dall’Oriente e precisamente da “panch”, in antica lingua indiana “cinque”, come cinque sono gli ingredienti di base della bevanda: acqua, acquavite, agrumi, zucchero e spezie.

Ma la grande fama del punch arriva solo con lo sdoganamento del consumo di rum tra le classi più abbienti. Con l’aggiunta del rum il punch diventava un lusso: nella Gran Bretagna del Settecento gli agrumi non erano facili da trovare, così come rare e costose erano le spezie utilizzate. Si arrivò a impreziosire anche il recipiente in cui il punch veniva servito: il bowl diventò sempre più elaborato, arricchito con decorazioni e metalli preziosi. Le porte dell’alta società, con il loro corredo di feste, balli, eventi mondani, si erano spalancate, associando per sempre il punch a quell’atmosfera gioiosa che oggi viene rievocata all’aperitivo di Natale.

Il ponce livornese del Bar Civili
Ponce livornese


 LA VERSIONE ITALIANA


Anche l’Italia ha la sua versione del punch, che si porta dietro altrettanta cultura e umanità del cugino d’Oltremanica. Il ponce alla livornese deve il proprio nome proprio al punch, diffuso in città dalla comunità britannica. Composto da rum, cognac, scorza di limone e zucchero, viene servito bollente in piccole tazzine di vetro.

Anche se è possibile trovarlo in molti bar della città e della provincia, l’originale è solo uno: quello del Bar Civili di via del Vigna, che nell’Ottocento è stato il ritrovo dei pittori che appartenevano al movimento dei Macchiaioli. Bersi un ponce tutto d’un fiato circondati da clientela di ogni tipo, dallo studente alla signora, e dai quadri che Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Silvestro Lega hanno lasciato in eredità al bar, è un’esperienza che può eguagliare quella dei balli sfarzosi che hanno reso il punch celebre in tutto il mondo. 

Foto di lalibecciata.wordpress.com
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