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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 20 lug 2019 0

Quando il cibo diventa kitsch, perché ci abbuffiamo di plastica?, contro gli alimenti super-processati, mangiare in famiglia (tra amore e ansia).

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni, commentate.

Anche il cibo è camp
Lo ammetto: dopo aver letto questo articolo sono dovuto ricorrere ai servigi di Wikipedia per capire cos'è esattamente il camp, visto che non ne sapevo nulla. La definizione è la seguente: «il termine camp si riferisce all'uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch nell'arte, nell'abbigliamento e negli atteggiamenti. Il fenomeno deve molto alla rivalutazione delle culture popolari avvenuta negli anni sessanta, così come alla diffusione negli anni ottanta del concetto di postmoderno applicato all'arte e alla cultura». Bene, tutto chiaro. L'articolo di Arianna Cavallo esplora la diffusione di questa tendenza, anzi di questo mood, nel mondo del cibo e della cucina. E a ben vedere si tratta in effetti di un fenomeno ampio e trasversale, che da un lato testimonia come la gastronomia sia diventata «quasi un’arte che si interseca con altre, trattata con la testa e gli occhi e non solo con la pancia», e dall'altro mi porta a riconsiderare il valore simbolico e rivoluzionario di una rivista sul cibo ormai sparita e compianta, Lucky Peach, che sul kitsch e intorno al kitsch ha prosperato a lungo - Rivista Studio

Non sono solo i pesci. Ogni giorni mangi 5 gr di plastica, come una carta di credito
La notizia è già circolata qualche giorno fa. Ma questo articolo di Alessia Poldi scandaglia la questione in lungo e in largo e ci restituisce qualche certezza in più. Si parla di microplastiche, di quante ne ingeriamo e della loro pericolosità per la nostra salute. Al di là di tutto questo, a me viene da riflettere sul ruolo del packaging all'interno della nostra cultura alimentare: a volte funzionale (pensato per garantire igiene e sicurezza, conservazione...), altre scorciatoia per l'uomo moderno che non ha tempo di cucinare e nemmeno di pensare (vedi il prosciutto già tagliato in vaschetta), altre ancora oggetto di marketing spinto, il packaging dei cibi che ingeriamo è un inno alla plastica. Ben vengano la riconversione totale e l'eliminazione completa della plastica dagli scaffali dei nostri supermercati, ma soprattutto si abbia il coraggio di imporre agli attori sul mercato delle regole chiare e stringenti sul packaging in generale, non solo sulla plastica: dopo una qualsiasi spesa al supermercato ci portiamo in casa chili e chili di rifiuti, e qualche etto di cibo. E in tutto questo c'è qualcosa che non funziona come dovrebbe - The Vision

OLTRE CONFINE

How processed food makes us fat
Una volta Michael Pollan ha dichiarato: «non mangiare nulla che tua nonna non riconoscerebbe come cibo». Intorno c'era un ragionamento complesso che questa frase in qualche modo rischia di banalizzare, ma è proprio a queste parole che ho pensato leggendo l'articolo di Tamar Haspel. Si parla del cibo ultra processato che affolla gli scaffali dei nostri supermercati, negli Stati Uniti, in Francia e in Gran Bretagna ben più che da noi, e che sono una delle cause principali dell'obesità. I cibi super processati troncano di netto il nostro rapporto con il cibo: il piatto pronto ci impone di non ragionare, è comodo, è una scorciatoia pericolosa. E soprattutto ha una concentrazione di calorie per grammo solitamente più elevata, oltre a essere stato pensato (e ingegnerizzato) per spingere più in là la soglia della sazietà e invogliare a mangiare oltre il dovuto: le aziende di cibo prosperano grazie ai profitti, non alla salute dei loro clienti o delle filiere in cui si inseriscono. Insomma, è il capitalismo applicato al cibo, bellezza. E invece di farcene una ragione dovremmo ricordarci che meno cibo compriamo al supermercato meglio facciamo al mondo che ci circonda e a noi stessi - The Washington Post

Eat Your Grief: ‘The Farewell,’ My Family, and the Burden of Food
Un articolo, quello di Jenny G. Zhang, che definirei toccante perché racconta, a partire dalla visione del film The Farewell (2019) di Lulu Wang, la complessità del rapporto col cibo e con le nostre famiglie. Come scrive l'autrice verso la fine del pezzo, «il cibo può essere una manifestazione di amore così come una fonte di ansietà». E in effetti il cibo, il mangiare insieme, il preoccuparsi per i propri cari, specificatamente per la loro alimentazione, sono tutti elementi che disegnano una costellazione di sentimenti forti, con diramazioni e correlazioni molteplici. Pensiamo al riunirsi intorno a un tavolo con i propri famigliari: una situazione potenzialmente esplosiva, con la nonna che dice che non mangiamo abbastanza e il cugino che invece ritiene che mangiamo troppo, con il cibo che può diventare una carezza o un'arma. Insomma, leggete questo articolo, vi aiuterà a capire meglio le dinamiche che stanno intorno al piatto, alla convivialità e agli affetti - Eater

IN PILLOLE

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