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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 19 gen 2019 0

La Michelin da prendere “più bassa”, rivoluzione in casa World's 50 Best Restaurants, la gioia di leggere i menu, il trionfo del cibo spazzatura alla Casa Bianca.

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni.

Roberto Restelli: Lo chef non è un dio e la Michelin non è il Vangelo
Questo articolo di Gabriele Zanatta è il riassunto della lectio magistralis tenuta da Roberto Restelli, ex direttore della guida Michelin Italia, di fronte agli studenti del Master della Cucina Italiana di Creazzo, in provincia di Vicenza. Sono tanti i passaggi significativi e degni di interesse, ma mi soffermerei su uno in particolare. A un certo punto Restelli dice: «nel corso del mio mandato ho cercato di allargare i parametri francesi di assegnazione delle stelle, elargendo anche stelle eretiche per lo spirito dell’epoca. "La stella è nel piatto", si è sempre detto, io ho cercato di andare oltre, di valutare altri fattori». Per alcuni potrà essere una banalità, ma parlare esplicitamente di parametri francesi per una guida che giudica i ristoranti italiani e di assegnazione di stelle "eretiche" ci fa capire quanto sia avvertita e decisiva l'impronta francese della Rossa, anche su chi ne cura la costola italiana. Nel tempo le cose saranno anche sensibilmente cambiate, ma resta il fatto che tutto ciò ci impone di farci una domanda: che influenza ha avuto (e in parte continua ad avere) la guida ai ristoranti per eccellenza sulla cucina italiana in termini di contenuti e di forma? - Identità Golose

50 Best, cambiano le regole: Bottura entra nella Hall of fame e non sarà più in gara 
Ancora premi, ancora alta cucina. Sì perché nell'ambiente la vera notizia della settimana è questa, e cioè che cambia in modo direi radicale il format dell'evento-classifica che ha profondamente rivoluzionato la critica gastronomica dell'ultimo decennio. Riassumendo: tutti i cuochi che hanno vinto la 50 Best nelle scorse edizioni (e tutti quelli che la vinceranno nelle edizioni future) usciranno dalla classifica, entrando in una hall of fame dei più grandi e lasciando spazio alle nuove energie. Sinceramente non ho ancora capito se è una buona idea oppure no, e se è sintomo di una debolezza della classifica o un suo coraggioso gettare il cuore oltre l'ostacolo. Quel che è certo, mi pare, è che mettere i vincitori a vita dentro una categoria a sé li dispensa, agli occhi del pubblico, dal rischio di veder giudicato un eventuale declino della propria insegna. Insomma, se Bottura, i fratelli Roca, Redzepi e Humm possono pensare di rimanere sulla breccia ancora per un bel po', che dire dei vincitori più âgée che già da tempo hanno perso il proprio smalto migliore? Insomma, non è che la hall of fame rischia di trasformarsi in una specie di marmorea tomba? Vedremo... - Repubblica Sapori

OLTRE CONFINE

The Joy of Menus
Ammetto di non sapere la data di uscita di questo articolo: fa parte del secondo numero di una rivista inglese, At the Table, che ha cadenza annuale. Poco importa, però. A scriverlo è Diana Henry, una delle food writer inglesi più note e importanti. Lo segnalo perché affronta il tema dei menu dei ristoranti con un certo slancio emotivo, e scandagliando un aspetto che spesso passa sottotraccia. L'importanza del menu, il fatto che sia una fotografia del modo in cui il cuoco Pinco Pallino sta lavorando in quel momento, la sua carica rassicurante e consolatoria, ne fanno un protagonista assoluto della ristorazione. E pensare che spesso è bistrattato, scritto male, raccontato peggio. Sigh. Fa riflettere un passaggio in particolare dell'articolo: «siamo spesso insicuri quando arriviamo in un ristorante, perciò ci piace tenere qualcosa in mano che stabilizzi il nostro stato d'animo, e che magari ci nasconda un po' - metaforicamente ma anche letteralmente». Il menu è anche questo, ed è bello perdersi tra le sue pagine (così come tra quelle della carta dei vini) mentre un po' alla volta ci mettiamo a nostro agio facendo i conti con un ambiente nuovo - At the Table

The Pure American Banality of Donald Trump's White House Fast-Food Banquet
Riassunto dei fatti (parto da lontano): negli Stati Uniti è in corso il più lungo shutdown (chiusura delle attività federali) della storia, frutto di un braccio di ferro sempre più duro e ostinato tra il Presidente Donald Trump (che vuole dal Congresso i soldi per costruire il muro al confine con il Messico) e il Congresso a maggioranza democratica (che non vuole dare a Trump i soldi per costruire il muro al confine con il Messico). Quindi dovendo ospitare la squadra universitaria di football americano di Clemson, vincitrice dell'ultimo titolo, ed essendo il servizio "mensa" della Casa Bianca non operativo, Trump ha scelto la mossa a effetto: ha ordinato cibo dai peggiori fast food di Caracas (no, di Washington, ma non mi sono trattenuto dallo scrivere Caracas). Immaginate la scena: le eleganti stanze della Casa Bianca e pile su pile di cibo spazzatura. C'era uno che diceva dimmi quello che mangi e ti dirò chi sei. In questo pezzo la brava Helen Rosner fa un'analisi un po' più approfondita - New Yorker

IN PILLOLE

Perché non ci sono donne fra i pizzaioli?
La risposta è perché l'Italia è ancora un Paese profondamente maschilista. Certo che almeno in ambito culinario sarebbe ora di aprire gli occhi: il Novecento ce lo siamo lasciato alle spalle da un po', vero? - Munchies

Stop stressing about the perfect diet, it's human to fail
Non stressiamoci troppo con il culto della dieta perfetta, ci dice in uno dei suoi soliti pezzi arguti e ironici il critico inglese Jay Rayner - The Guardian

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