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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 15 set 2018 0

L'hamburger "famolo semplice", pastorizia al femminile, piangere da Starbucks e la superiorità di Starbucks, quando i cliché sul cibo sono veri.

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni.

Sono stato da Five Guys a Milano e ho finalmente capito cos'è una vera hamburgheria americana
Al ritorno da due settimane di sospensione causa vacanze, Per un pugno di link riprende all'incirca da dove ci eravamo lasciati, o meglio dal sito che in questo momento storico nel mondo della scrittura gastronomica italiana a detta del sottoscritto (o soprascritto?) dimostra più energia, vitalità, inerzia positiva, qualità di contenuti. Parlo di Munchies, ovviamente, e se gli impegni e l'ispirazione lo permetteranno nelle prossime settimane potrebbe esserci spazio per una riflessione più approfondita sullo stato della scrittura gastronomica italiana sul web, a mio avviso davvero in sofferenza. Detto questo veniamo al pezzo, che in stile un po' dissaporiano ci dice due cose: la prima è che la bolla delle hamburgerie gourmet si è sgonfiata e dopo l'esplosione del "famolo strano" si ritorna (evviva!) al "famolo semplice"; la seconda è che oggi avere il coraggio di scrivere in modo non banale di cose pop come una catena di fast food o che comunque riguardano il cibo di tutti i giorni è cosa rara e apprezzabile, visto che non si vive di sole esperienze memorabili e c'è ancora un bisogno disperato di fare cultura gastronomica dal basso. Bravi - Munchies

Se il pastore è donna
Piccolo excursus autobiografico: quando da piccolo mi chiedevano "che lavoro vuoi fare da grande?", mentre i miei amichetti rispondevano calciatore, astronauta, inventore e primo ministro, io dichiaravo il mio amore (platonico) per la pastorizia e per le pecore. Inevitabile quindi per me rimanere affascinato dal racconto di Donata Marrazzo, dal documentario di Anna Kauber sulle donne pastore, in uscita a dicembre, così come è naturale rimanere colpiti dalla storia, recentemente (purtroppo) balzata all'onore delle cronache, di Agitu Ideo Gudeta, la regina delle capre felici che se ne sta sulle montagne trentine dopo essere partita da Addis Abeba e che è stata vittima di aggressioni razziste. Questa pastorizia al femminile, tra l'altro, è soltanto l'ennesimo capitolo di un processo di ritorno alla terra di donne e giovani generazioni che se nei numeri complessivi potrà sembrare ancora poco rilevante, sul piano simbolico racconta tantissimo del nostro presente - Food24

OLTRE CONFINE

Sobbing in Starbucks
Capitolo Starbucks: siccome ritengo l'indignazione per l'apertura di Starbucks a Milano come una lampante dimostrazione del provincialismo e dello sciovinismo gastronomico di cui noi italiani diamo spesso prova, non credo valga la pena soffermarsi sulle ragioni di cotanto scandalo (ah, ieri ho bevuto un caffè penoso in un bar italiano). Però scartabellando la rete qua e là mi sono imbattuto in un bel pezzo di Alicia Kennedy che spiega esattamente perché un qualsiasi Starbucks si pone al di sopra di almeno la metà (sono stato stretto, eh) delle caffetterie italiane. Nell'articolo si spiega infatti perché uno qualsiasi dei punti vendita della catena americana sia un luogo adatto per lasciare libero sfogo alle lacrime e piangere. È la teoria del terzo luogo: oltre a casa e lavoro abbiamo bisogno di frequentare un terzo luogo in cui fare comunità o, al contrario, isolarci. E se Starbucks si dimostra adatto per questo ultimo scopo, se si dimostra accogliente e riservato, se riusciamo proprio tra i suoi tavoli a piangere di gusto, beh, allora Starbucks ha vinto - Eater

The cliche is French food is better than ours. The trouble is, it's true
Jay Rayner, vulcanico critico gastronomico britannico, non è propriamente un critico conformista. Anzi. Ed è proprio questo aspetto, insieme alla sua capacità narrativa, a rendere questo pezzo molto interessante. Scrivevo prima di sciovinismo gastronomico, una cosa in cui noi italiani eccelliamo. Ebbene, qui Jay dichiara che il cliché sul cibo francese più buono di quello inglese è un cliché, ma è anche vero. Potremmo girare l'argomentazione a testa in giù, frullarla, adattarla ad altri contesti. Fatto sta che è cosa nobile riconoscere la grandezza degli altri, e anche se i cugini francesi ci fanno arrabbiare calcisticamente, anche se i salviniani odieranno i macroniani, chi dice che i formaggi italiani se la giocano con quelli francesi dice una falsità, ad esempio, e potremmo continuare all'infinito, spaziando in lungo e in largo per tutto il pianeta. Una falsità che lo farà sentire meglio, forse, ma ogni tanto i cliché ci azzeccano, e bisognerebbe averne consapevolezza - The Guardian

IN PILLOLE

A Lucca sempre più famiglie ospitano migranti a cena
Quando un progetto è valido, bisogna dirlo. E quando il cibo diventa strumento di conoscenza reciproca e di dialogo, bisogna sottolinearlo - Globalist

Is the Second Farm Crisis Upon Us?
Tempi di crisi per gli agricoltori americani: l'attuazione dello slogan "diventa grande o sparisci" ripetuto dalla fine degli anni Settanta a oggi sta portando a una situazione sistemica insostenibile per i medio-piccoli - Civil Eats

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