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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 11 ago 2018 0

Pomodori rosso sangue (e il silenzio dei gastronomi), lunga vita al Lambrusco, una storia sociale dello zucchero, Robuchon e la riscrittura della cucina.

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni.

Come fare la spesa senza finanziare lo sfruttamento dei braccianti in Italia
Un paio di settimane fa ho condiviso l'articolo di Stefano Liberti e Fabio Ciconte su Internazionale in cui si parlava di caporalato, aste al doppio ribasso e conserve di pomodoro nella grande distribuzione. Poi c'è stato il gravissimo incidente di lunedì, che ha tolto la vita a 12 lavoratori sfruttati nei campi di pomodori del foggiano, non casualmente di colore. Questa volta condivido con piacere l'approfondimento di Andrea Strafile, che ovviamente riprende il tema e insiste sulla questione che in tutto questo alzare la voce sul caporalato comincia timidamente ad affacciarsi all'attenzione pubblica: quella del ruolo di noi consumatori. Sì perché dopo che Slow Food e compagnia cantante hanno urlato a squarciagola e per anni che il cibo a poco prezzo ha in realtà prezzi nascosti altissimi da pagare, ci sono voluti del sangue e un po' di indignazione per iniziare a far passare il messaggio. Un messaggio, però, che alcuni di noi gastronomi continuano a non considerare degno di un articoletto. Non è il caso di Munchies, che in realtà ha il merito di avere le antenne molto dritte sulle questioni di etica e politica gastronomica. Chiedo però al resto dell'Internet gastronomica italiana: perché questo silenzio assordante? - Munchies

Francesco Guccini racconta il Lambrusco
Fa sempre piacere leggere di cibo, vino et similia quando a scriverne sono penne non propriamente gastronomiche. Se non altro perché sanno gettare uno sguardo diverso sui temi a cui noi siamo tanto abituati e che spesso trattiamo seguendo canoni sempre uguali a se stessi. Qui c'è Francesco Guccini che narra molto brevemente del suo rapporto con il Lambrusco. Un vino oggetto di recente rinascita, snobbato e massacrato come è successo a tanti altri vini oggi in ripresa, e che merita enorme dignità. Non tanto, o meglio non solo per le sue intrinseche qualità gustative. Ma anche perché, e dal pezzo di Guccini lo si capisce, è l'emblema di un'intera civiltà contadina, un concentrato di cultura popolare che non dobbiamo dimenticare mai quando parliamo di cose gastronomiche - Gambero Rosso

OLTRE CONFINE

Sugartime
Torno a segnalare un longform di Eater. Quindi chiedo di dedicare un po' di tempo a questo lungo e affascinante articolo di Ruby Tandoh che parla di zucchero partendo da una serie di constatazioni: siamo circondati dallo zucchero, nella vita quotidiana e nell'immaginario, e lo zucchero non solo riveste i dolci per cui letteralmente impazziamo, non solo viene additato come il male assoluto dalle crociate contro la cattiva alimentazione, ma fa anche parte del nostro linguaggio e del nostro modo di descrivere il mondo al di là del cibo. Quando parliamo di sesso e di donne parliamo spesso di zucchero, ad esempio. Sarà che la dolcezza è una sensazione sovraccarica di emozioni viscerali? Come scrive l'autrice «il nostro amore per lo zucchero ha a che fare con la sopravvivenza: quando il cibo era scarso, la dolcezza era un indizio che conteneva molte delle calorie di cui avevamo bisogno, così come l'avversione per l'amaro ci teneva lontani da molte piante tossiche». Ma il valore del pezzo che segnalo va ben oltre questo genere di constatazioni: c'è infatti una lunga parte dedicata all'economia dello zucchero, allo sfruttamento degli schiavi di colore nelle piantagioni americane, e all'arte contemporanea e alla sua rappresentazione di quella brutalità. Insomma, visto lo sfruttamento odierno dei lavoratori di colore nei campi italiani, anche lo zucchero diventa argomento di estrema attualità - Eater

Joël Robuchon Rewrote the Rules of Fine Dining
Questa è stata la settimana della scomparsa di uno dei più grandi cuochi che il mondo della cucina abbia mai conosciuto, il francese Joël Robuchon. Dico "uno dei più grandi cuochi che il mondo della cucina abbia mai conosciuto" prescindendo da qualsivoglia analisi dei suoi piatti, del suo stile, del gusto che nel tempo è riuscito a imporre. Sì perché ciò che Robuchon ha fatto va ben al di là della cucina in sé, e questo articolo di Pete Wells, critico gastronomico del New York Times, ben lo esemplifica. Parliamo di un cuoco che con il suo primo ristorante ha ottenuto la prima stella Michelin al primo anno di apertura, la seconda al secondo e la terza al terzo. Parliamo di un cuoco che a lungo ha impersonato la figura dello chef rigido e maniacale, oggi tanto in voga nell'immaginario televisivo e non. Parliamo di un cuoco che ha cercato di smettere e non ce l'ha fatta, e che quando è tornato ha sbaragliato i canoni del fine dining con il suo Atelier, facendo spazzatura del lusso incentrato sulla forma e mettendo il cibo al centro, con il lungo bancone e gli occhi del cliente fissi sui fornelli e sulle mani dei cuochi. Parliamo di un cuoco che con i suoi ristoranti in giro per il mondo è arrivato a sommare 31 stelle Michelin. Un gigante assoluto - The New York Times

IN PILLOLE

C’è una carenza di bottiglie di birra in Germania?
Breve notiziola di colore: ma in questa calura agostana non possiamo che preoccuparci di un'eventuale scarsità di birra fresca, no? - Rivista Studio

Do we really need next-gen genetically modified foods to feed the world?
Traduco la domanda del titolo, e credo che basti per farsi un'idea del tema: abbiamo davvero bisogno di cibo geneticamente modificato di nuova generazione per sfamare il pianeta? - DW

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