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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 21 ott 2017 0

La pasta e il made in Italy a targhe alterne, vegani come pesci fuor d'acqua, gli studenti che coltivano carne in provetta, il vero costo del cibo.

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni, scelte da me e da me soltanto. Questa rubrica settimanale va online ogni sabato mattina, casomai qualcuno avesse intenzione di affezionarsi.

Pasta made in Italy, ricorso dei pastai: «il grano italiano non basta, il decreto è autogol per il Paese»
Più che per la bellezza intrinseca (non è questo il caso), questa volta segnalo un pezzo per la notizia in sé e il tema che tocca, e per il fatto che non posso proprio fare a meno di commentarla in questo spazio. In realtà si tratta di un argomento a cui avevo già fatto cenno nelle scorse settimane, ma qui vale la pena tornarci sopra e farlo per bene: il decreto ministeriale che obbligherebbe le aziende produttrici di pasta a indicare in etichetta la provenienza del grano utilizzato. Appurato che buona parte della pasta italiana è prodotta grazie a grani provenienti da oltre confine, e ci mancherebbe vista la nostra non-autosufficienza nel settore, la levata di scudi dei pastai contro il decreto in questione suona proprio come la peggiore delle arrampicate sugli specchi. Perché se da un lato non concordo con il 95,38% degli allarmismi urlati dalla Coldiretti, che ha fatto di questa polemica il campo di battaglia in cui difendere in modo corporativo (e un po' miope?) l'agricoltura italiana, d'altro canto non potrò mai essere d'accordo con chi cerca di dirmi che la trasparenza, o meglio, mi piacerebbe chiamarla sincerità, non può essere un valore da difendere a priori. Insomma, ai pastai che dicono no all'indicazione dell'origine del grano in etichetta con argomentazioni che non stanno in piedi rispondo che il made in Italy, questo marchio di cui tutti vogliono fregiarsi perché produce immagine positiva e conseguente revenue, è diventato un mero strumento di marketing proprio perché così lo hanno disegnato loro (e tanti altri eccellenti imprenditori italiani, of course). E quindi quando viene fuori, in nome della tanto decantata trasparenza, che non tutto il made in Italy è proprio made in Italy al 200%, se ne facciano una ragione, e spendano le loro energie a spiegarci perché quello che fanno è comunque eccellente, e perché dietro un grano straniero ci vuole comunque una grande mano italiana per fare una buona pasta - Corriere della Sera

Essere vegano mi rendeva davvero una brutta persona
Ci sarebbero un paio di cose da dire su questo pezzo comparso su Munchies nei giorni scorsi. La prima è che l'uso del tema veganesimo come grimaldello per solleticare la voglia di fare click un po' ha stancato, e mi perdonino quelli di Munchies, ché non è tutta colpa loro. Tuttavia oggi l'impressione è che se vuoi scrivere un articolo ad alto contenuto di viralità basta mettere nel titolo la parola vegano e qualche espressione forte e il gioco è fatto. D'altronde il veganesimo divide, fa incazzare, risveglia gli istinti più bassi: "elementare, Watson". La seconda, più importante, è che in realtà quest'articolo presenta un aspetto della discussione sul veganesimo di estremo interesse per chi scrive (cioè io), ovvero la difficoltà di integrazione del vegano nel contesto delle relazioni sociali legate alla sfera alimentare. Insomma, banalizzando un po', si va a mangiare fuori o a casa di amici e il vegano probabilmente faticherà a sentirsi a suo agio, per quanta attenzione si potrà fare a non urtare la sua sensibilità e a mettere nel piatto qualcosa adatto a lui/lei/loro. Per non dire poi del fatto che il veganesimo spesso si risolve anche in una visione del mondo apparentemente inconciliabile con quella dell'onnivoro, e quindi in un inevitabile "scontro di civiltà": per alcuni, i più "radicali", chi mangia carne è un assassino, e vedere qualcuno mangiar carne o derivati di origine animale diventa un trauma che scuote nell'intimo. Insomma, il vegano integralista deve fare i conti con una perdita di flessibilità e di capacità di essere accogliente che potrebbe pregiudicare le sue relazioni sociali, come dimostra quest'articolo, al punto che potrebbe preferire rifugiarsi in un gruppo di soli vegani, recidendo o indebolendo altri legami, compresi quelli famigliari. Potremmo intitolare un libro sul tema La solitudine del vegano (si fa per scherzare, eh) - Munchies

OLTRE CONFINE

A Japanese food startup is giving hig school kids meat-growing machines
Parto con una premessa: sono convinto che in futuro la carne in provetta sarà realtà. Possiamo indignarci, protestare, inorridire, come faccio ciclicamente. Ma prima o poi arriverà sugli scaffali dei supermercati, e mettiamoci il cuore in pace. Nel frattempo però possiamo provare a capirla meglio, a sviscerare le dinamiche che le ruotano intorno. E iniziare leggendo questo articolo che racconta la storia dello Shojinmeat Project, una start-up giapponese che ha come obiettivo la creazione di carne in provetta, appunto, ma che si auto-finanzia tramite la vendita di manga a tema (a tema carne in provetta, davvero) e ha preso contatti con organizzazioni buddiste per ricevere consigli su come introdurre la propria idea di "carne alternativa" nella cultura giapponese. Ma soprattutto: siccome il problema degli OGM secondo loro riguarda il fatto che questi prodotti sono passati dai laboratori agli scaffali dei supermercati senza mediazioni, hanno deciso di far "coltivare" la carne in provetta da studenti delle scuole superiori, distribuendo liberamente alcuni kit di coltivazione cellulare. Così l'idea di carne in provetta non sembrerà più qualcosa nato in un freddo laboratorio, ma ci sarà già una cultura pronta a riceverla. Tutto molto divertente, se non fosse che l'idea di un mondo senza carne di derivazione animale è spaventosa perché prefigura un mondo senza animali, o senza rapporti dignitosi tra uomini e animali, nel migliore dei casi. Chiedere a Jocelyn Porcher, nel caso - Quartz

The true cost of a plate of food: $1 in New York, 320$ in South Sudan
Nonostante buona parte del giornalismo gastronomico se ne dimentichi, risvegliandosi dal proprio torpore solo quando qualche cuoco famoso si appresta a mettere in piedi progetti dedicati alla lotta contro povertà e fame (frecciatina), il cibo non è solo gioia, condivisione, piacere edonistico. Come spiega bene questo pezzo di Kate Hodal il cibo può essere anche un grandissimo problema, soprattutto se per fare un pasto in certe aree del mondo serve oltre il 150% del salario giornaliero medio. Pensate se dalle nostre parti un semplice piatto di legumi e riso arrivasse a costare più di 100 euro. Ecco, in posti come il sud Sudan questo succede ogni singolo giorno, e ciò rende l'idea di cosa possano essere povertà e fame, quelle vere. Articolo da leggere attentamente dunque, e che non solo dovrebbe farci riflettere per l'ennesima volta sul tema della distribuzione delle risorse, ma anche sul budget che le famiglie dedicano al cibo nei paesi più ricchi, perché il risvolto della medaglia è che invece noi spendiamo troppo poco, in proporzione, remunerando scarsamente chi il cibo lo produce e non premiando la qualità. Chiamali, se vuoi, paradossi - The Guardian

IN PILLOLE

Tutto il buono e il bello del nuovo Eleven Madison
Ancora sull'attesa riapertura del ristorante n. 1 al mondo nella classifica del World's 50 Best Restaurants, dalla penna di Paolo Marchi - Identità Golose

Kitchen of the Future: Smart and Fast but Not Much Fun
Le cucine del futuro saranno iper-tecnologiche e piene di attrezzatura digitale/intelligente/futuristica ma anche poco divertenti? - The New York Times

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