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Per un pugno di link: quello che scrivono gli altri

di Gabriele Rosso 15 lug 2017 0

Scrivere di cibo in Italia, si beve bene ma si beve meglio (con dati al seguito), i cuochi che pubblicano libri di cucina, la scomparsa dei ristoranti di fascia media.

Le cose più interessanti che ho letto sul web negli ultimi giorni, scelte da me e da me soltanto. Questa rubrica settimanale va online ogni sabato mattina, casomai qualcuno avesse intenzione di affezionarsi.

«Gavetta, curiosità e studio: a scrivere di cibo non ci si improvvisa»
È uscita con la terza puntata con i contributi che riflettono sulla scrittura gastronomica. Cucina del Corriere della Sera ha chiesto qualche commento, dopo aver passato in rassegna Michael Pollan e Amanda Hesser, al primo italiano della serie, Paolo Marchi. C'è da dire che il pezzo evidenzia alcuni nodi problematici di non poco conto, e che forse in questi casi sarebbe opportuno dedicare molto più spazio a ragionamenti di questo peso. Marchi scrive che poco è stato fatto per dare serietà al giornalismo gastronomico, e proprio questa sua frase d'esordio segnala una specificità italiana di cui non andare molto fieri. L'improvvisazione, la mancanza di gavetta, l'usare la tastiera come manganello quasi a prescindere sono un lato della medaglia. Un lato che Marchi evidenzia molto bene. Dall'altro, aggiungo io, c'è un mondo di editori che non ha mai creduto più di tanto nella gastronomia, alla serietà di un lavoro che riguarda un settore di importanza cruciale, anche economica, per il nostro paese. Ed è per questo, banalmente, che il critico davvero imparziale, slegato da ogni sorta di interesse se non altro nelle apparenze, in Italia ha sempre fatto fatica a emergere. Perché non ci sono mai stati giornali, settimanali, mensili, periodici che ci hanno voluto investire, che ci hanno creduto. Ed è un peccato, per questa meravigliosa Italia del cibo - Cucina del Corriere

Bere meno, bere meglio?
Cos'è successo al vino italiano negli ultimi anni, in termini di qualità media? Ce lo dice con chiarezza disarmante Paolo De Cristofaro, che scartabellando un imponente archivio di assaggi personali inaugurato nel 2003, segnala che se nel primo quinquennio i vini molto buoni rappresentavano mediamente il 25% di quelli degustati, negli anni successivi e fino a oggi si è arrivati al 35-40%. Tradotto: i vini italiani mediamente sono più buoni, e l'aumento percentuale è stato significativo. Un fenomeno positivo, senza dubbio. De Cristofaro segnala però anche come in realtà si possano ancora fare passi da gigante sui cosiddetti "vini indimenticabili": se giornate di assaggi che si chiudono dopo aver valutato 4-500 etichette permettono di individuare solo 4-5 vini indimenticabili, come succede attualmente, allora pare evidente che su questo piano si potrebbe ancora crescere. Nota personale: il vino italiano è più buono perché i vignaioli italiani sono più bravi, informati, tecnologicamente supportati. E ora anche i giovani virgulti possono esordire bene, senza dover aspettare 10-15 vendemmie per iniziare a lasciare qualche piccolo segno - Tipicamente

OLTRE CONFINE

The Hidden Risks of Writing a Cookbook
Un pezzo molto, molto, molto interessante, che si occupa di svelare alcuni retroscena dell'industria dei ricettari negli Stati Uniti. Si parla di cuochi che scrivono di libri di cucina, del fatto che, a parte pochi casi isolati, non si tratta di un'attività remunerativa per loro, e che l'aspetto positivo si riduce alla pubblicità che possono ricevere da queste operazioni. Considerato che le cifre esposte nell'articolo riguardano il mercato americano, e che quindi è necessario fare "la tara", va da sé che si possono traslare alcune considerazioni rispetto alla scena italiana. I libri di cucina costano molto, innanzitutto, e a meno che tu non sia Carlo Cracco, Antonino Cannavacciuolo, Benedetta Parodi, Marco Bianchi e pochi altri, probabilmente non venderanno nemmeno così tante copie. Vale la pena leggersi questo pezzo di Sierra Tishgart, per entrare dietro le quinte della realizzazione di un ricettario destinato a un pubblico di massa - Grub Street

David Chang Predicts The Demise Of The "Mid-Dining Market"
Dire David Chang significa pronunciare il nome di uno dei cuochi più influenti negli Stati Uniti, e di conseguenza nel mondo. Non tanto, o meglio non solo per la cucina che propone (celebre il suo ristorante newyorchese Momofuku), ma soprattutto per ciò che dice e per l'ascolto che riceve sui media. Autore di libri, tra i fondatori dell'influentissima rivista Lucky Peach oggi purtroppo chiusa, Chang viene invitato spesso a eventi e conferenze. Di recente ha approfittato di una di queste occasioni per parlare della ristorazione di medio livello (e di medio prezzo), sottolineando come, a suo avviso, sia a rischio scomparsa. Si sta parlando di Stati Uniti e New York, ovviamente, ma gli spunti per il resto del mondo non mancano. Considerato come la crisi economica globale degli ultimi anni ha polarizzato i redditi, creando una classe ristretta di ricchi sempre più ricchi e una classe allargata di poveri più impoveriti, insieme a una classe media sempre più in difficoltà (Obama d'altronde ha vinto rivolgendosi alla classe media e alla sua necessità di essere aiutata), è comprensibile la denuncia di Chang. Oggi sopravvivono i locali di fascia medio-alta, frequentati da gente che ha discrete possibilità di spesa, e sopravvivono i locali low-cost, spesso distributori seriali di cibo spazzatura. Forse la nostra osteria sopravvive come baluardo del buon cibo a prezzi abbordabili, ma chissà se anche in Italia in futuro la ristorazione racconterà la storia di una crescente polarizzazione - Food Republic

IN PILLOLE

Cosa sta cambiando nel mondo del latte crudo - intervista a Jason Hinds
In attesa di aprire le danze con Cheese, a Bra dal 15 al 18 settembre, un'intervista a tutto campo a uno dei massimi esperti di formaggi naturali al mondo, l'inglese Jason Hinds. Da non perdere - Cheese

Fast-Food Lover Donald Trump Enjoys Michelin-Starred Meal Atop the Eiffel Tower
Nemici dei fast food esultate: anche la vostra impersonificazione del male, il super-Presidente che mangia solo Big Mac e beve bicchieroni di Coca Cola slavata, si è piegato alla "dura" legge dei 3 stelle Michelin  - Eater

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