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Oltre il nuovo vino italiano?

di Jacopo Cossater 20 apr 2017 0

Il vino che abbiamo imparato a conoscere in questi anni e qualche idea su quello che verrà dopo.

Arianna Occhipinti, titolare dell'omonima azienda siciliana

La prendo più larga del solito, ché questa breve introduzione è forse necessaria. Nel quantomai ampio panorama delle testate online dedicate al mondo del vino e più in generale a quello delle bevande alcoliche, Punch si è guadagnata nel tempo un posto di rilievo tra le mie personalissime preferenze. È infatti un magazine capace di cogliere lo spirito di questo tempo con articoli mai banali e con uno sguardo giustamente tanto globale quanto locale.

Tra i suoi autori Jon Bonné, statunitense di New York City, è forse quello che apprezzo di più. Non è soltanto uno di quelli che riescono sempre ad avere un occhio attento agli aspetti più rilevanti del vino contemporaneo, ma è anche un palato in cui mi ritrovo molto, assai lontano da ogni possibile stereotipo sul cosiddetto gusto americano.

Mi sono imbattuto nel suo primo libro – The New California Wine – nel 2013, appena pubblicato. Un volume capace di raccontare con grande precisione ed entusiasmo quella generazione di vignaioli che in questi anni è riuscita a cambiare forse per sempre l’immagine del vino californiano. Un movimento fatto di cantine piuttosto piccole, in generale molto attente all’ambiente (spesso certificate come biologiche) e in particolare caratterizzate da un processo produttivo per certi versi deindustrializzato, che ha fatto della sua artigianalità una sorta di manifesto.

Qualche settimana fa stavo leggendo una sua interessante panoramica sui recenti cambiamenti che riguardano il mondo degli Champagne quando, guardando la biografia, mi sono accorto che sta lavorando a un nuovo progetto, questa volta dedicato al più importante paese produttore del mondo: The New French Wine.

Il pensiero è stato immediato e la domanda spontanea: esiste un nuovo vino italiano? Se sì, è possibile in qualche modo descriverlo?

Ci avevo provato la prima volta nel 2015 su Alquimie, testata cartacea nata nel 2013 a Melbourne, in Australia. Nel numero 6 un mio contributo titolava così: “2010, genesi di una grande annata italiana”. Un pezzo che, dopo una lunga introduzione che raccontava le peculiarità di quella vendemmia in alcuni dei più importanti territori del vino italiani, provava a ragionare sui motivi che hanno portato alla sua fama. Ragioni che probabilmente andavano oltre la semplice analisi organolettica dei suoi vini, che fossero i bianchi della Campania e delle Marche o i rossi della Toscana e del Piemonte.

In particolare scrivevo che:

“Con i vini del 1997, era il periodo a cavallo del millennio, si era celebrata la straordinaria crescita che il vino italiano aveva vissuto nel decennio precedente. Un periodo segnato delle barrique, da molti vitigni considerati come internazionali e dal vino inteso più come addizione che come sottrazione, caratteristiche quali intensità, rotondità, ricchezza erano infatti centrali nel definire il successo o meno di una tipologia e a delinearne l’importanza.

A quasi 15 anni di distanza con i vini del 2010 si è celebrato un mondo molto diverso, il nuovo vino italiano. Si sono celebrate le diversità dei territori e la grande varietà dei vitigni della Penisola. Soprattutto si è celebrato un modo diverso di intendere il vino: la botte grande è tornata protagonista, caratteristiche quali una delicata freschezza, una controllata acidità, una certa mineralità sono forse tornate al centro dell’assaggio, caratteristiche decisive per delineare l’eleganza di (quasi) ogni vino.

A questo si aggiunga una nuova generazione di vignaioli che ha iniziato a lavorare negli ultimi 10/15 anni. Un grandissimo numero di cantine, equamente distribuite tra Nord, Centro e Sud, che si è fatto conoscere non solo in Italia ma un po’ in tutto il mondo. Piccoli artigiani sempre rispettosi del proprio territorio e più in generale dell’ambiente, vignaioli capaci di lavorare nel segno della tradizione declinandone nel contemporaneo le migliori caratteristiche.”

Qualche mese dopo sottolineavo nella mia newsletter come questi cambiamenti si siano trovati a coincidere con la nascita e lo sviluppo del movimento dei vini naturali. La prima edizione della manifestazione che ogni anno si tiene a Villa Favorita risale infatti al 2004, e non c’è dubbio che in questi anni molti dei semi piantati in quel periodo abbiano portato a un movimento quanto mai vasto e sfaccettato di vignaioli molto diversi tra loro.

Non necessariamente cantine che hanno fatto del naturale una bandiera, ma realtà capaci appunto di lavorare con intelligenza e con rispetto del proprio territorio e delle sue varietà. In una parola, della tradizione.

Naturalmente queste sono tutte considerazioni che vogliono tratteggiare una tendenza, con tutte le possibili eccezioni del caso. Rimane però il fatto che un numero considerevole dei protagonisti del vino italiano di oggi vent’anni fa semplicemente non c’erano, e che la grande maggioranza di questi ha fatto proprie, in modo nativo, molte delle accezioni di cui sopra.

Se questa sia tendenza destinata a durare sembra certo, anche se forse si andrà sempre più verso una normalizzazione del vino. Una dimensione sempre più quotidiana, forse lontana da certe estremizzazioni che hanno caratterizzato questi ultimi anni. Chissà, potrebbe essere il tema di un libro di Jon Bonné dedicato proprio ai vini del Belpaese…

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