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Le cene con gli amici non saranno mai più come prima

di Gabriele Rosso 23 feb 2017 0

Gli ultimi anni sono stati protagonisti di una rivoluzione: non cuciniamo più per sfamare ma per appagare e sorprendere. Ne scrive Davide Coppo su Rivista Studio.

Una scena del film "Perfetti sconosciuti"

Una scena del film "Perfetti sconosciuti"

Del boom (o della bolla) del cibo degli ultimi anni se n'è parlato molto, spesso senza tentare di scovarne le cause e gli effetti, ma semplicemente segnalando il fenomeno in sé. Abbiamo detto e scritto tutto e il contrario di tutto, abbiamo parlato degli chef in TV, della moltiplicazione di libri di cucina e ricettari, della democratizzazione della critica gastronomica, delle foto ai piatti al ristorante, delle fobie per l'olio di palma, di veganesimo, di diete senza glutine anche se non siamo intolleranti al glutine e di hipsterismi gastronomici vari e assortiti.

In questo contesto articoli come quello di Davide Coppo su Rivista Studio (Cosa cuciniamo stasera?) arrivano come una boccata d'aria pura, perché invece di gettarci nella mischia di quanto sta succedendo quotidianamente e abbandonarci lì, quasi indifesi, prova a mettere un po' di distanza tra noi e ciò che stiamo osservando, a trovare una chiave di lettura.

Per farla breve, Davide ha scritto di ciò che è successo alle cene con gli amici dopo quello che lui chiama l'effetto Masterchef. Ed è curioso ritrovare tra le sue righe la completa familiarità di situazioni che abbiamo vissuto in prima persona. Oggi, quando invitiamo qualche ospite a mangiare da noi, succede spesso quanto segue: «l’effetto Masterchef ha fatto sì che si alzassero determinate asticelle: quella delle aspettative, quelle della difficoltà e della complessità, quella del tempo da dedicare alla preparazione e, ancora prima, alla teorizzazione».

Insomma, siamo passati da una cultura dell'accoglienza gastronomica fondata sulla semplicità e sull'abbondanza, basti ricordare l'approccio dei nostri genitori a questo tipo di situazioni, a una fatta di complessità, voglia di stupire, diremmo quasi teatralità del pasto offerto all'ospite di turno. Sono le cene con gli amici nell'epoca dei millennials, bellezza.

Vale la pena leggersi tutto l'articolo di Rivista Studio:

Sono cresciuto in una famiglia in cui mangiare rappresentava una necessità più che un rito, e i piatti erano un’abitudine più che una forma d’arte. Ho pranzato per un decennio e forse di più, ogni giorno, nella cucina di mia nonna, in una piccola casa dell’hinterland milanese in cui si era trasferita con la famiglia, e quindi con il nonno, mia madre e mia zia, quando avevano deciso di lasciare il comune della Bassa Padana in cui avevano trascorso gli anni a cavallo della guerra. Immagino che i piatti che mia nonna ha sempre cucinato derivassero, come la sua educazione fatta di semplicità e umile rispetto, da un naturale percorso di crescita familiare: erano cose che si trasmettevano, non che si insegnavano.

La mia educazione culinaria si è così basata su pochi capisaldi: spaghetti al pomodoro, purè, mondeghili, vitello tonnato, insalata russa. È stato naturale, credo, che le mie prime esperienze di cucina in solitaria, durante l’università, fossero dedicate al lento sviluppo di questa semplice tradizione. Passarono alcuni anni, e qualcosa cambiò. La parola foodie iniziava, negli ultimi anni del decennio Zero, a diffondersi come un agile neologismo in alcune cerchie prima ristrette, poi sempre più ampie. La prima stagione di Masterchef Usa andò in onda nel 2010. La personalità di Gordon Ramsay rese semplice la spettacolarizzazione del format, e fece sì che l’eco del programma attraversasse senza problemi l’Atlantico. Iniziavo a frequentare il mondo editoriale e mi accorsi della grande attenzione dei redattori più esperti e anziani di me al fenomeno, che ci sembrava insieme nuovo e antichissimo, e che tutti chiamavano con il suo nuovo nome inglese: food. Piatti che avevamo sempre considerato normali iniziarono a essere rivisitati: ci accorgemmo degli hamburger gourmet, dei kebab gourmet. Le salamelle diventarono street food.

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