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Il fascino (non solo culinario) di un fiore profondo rosso

di Franco Lodini 15 apr 2019 0

Alla scoperta del fiore degli artisti: il papavero nell’arte e nella mitologia, passando per la musica e la cucina.

Sembra che il papavero o rosolaccio (Papaver rhoeas) sia arrivato da noi dall’Oriente insieme al frumento e ad altri cereali, e se si considera che ogni pianta, nel suo ciclo di vita annuale, produce tra 10.000 e 20.000 semi che possono rimanere inattivi nel terreno addirittura fino a 40 anni, si capisce perché fosse così diffusa. Oggi, purtroppo, essendo considerata un infestante, a causa dei diserbanti e della selezione dei semi, è quasi sparita dai campi di grano. Poiché la pianta è annuale, anche se ha la tendenza a crescere negli stessi luoghi, dovete imparare a riconoscere bene le foglie per trovare la pianta, perché senza il suo bellissimo fiore o il bocciolo non è facilmente riconoscibile.

Infatti sono le foglie la parte commestibile della pianta, che si raccolgono in questo periodo, a inizio primavera, perché quando ci sono i fiori la rosetta basale non c’è più! La pianta è annua, vive vicino all’uomo, cioè è sinantropica ed è presente nei campi, negli incolti e ai bordi delle strade; un tempo si trovava come infestante nei campi di cereali, fino quasi a 2000 metri con fusti eretti, ramificati e pelosi, alti tra i 20 e gli 80 centimetri; le foglie sono anch’esse pelose, quelle basali ricoperte da una leggera peluria. I fiori inconfondibili sono solitari, sbocciano tra aprile e luglio; la corolla ha 4 petali tondeggianti (che durano lo spazio di un giorno) di colore scarlatto, con macchia nera alla base. Il frutto è una capsula ovale glabra, che contiene molti piccoli semi, che escono maturi da alcune aperture poste sotto lo stigma.

Le foglie del papavero sono buone anche crude, appena spuntano fresche dal terreno, ma si usano particolarmente cotte, soprattutto per chi non ama il gusto amaro, da sole o mescolate ad altre erbe; costituiscono infatti un ottimo alimento-medicina (nutraceutico) dalle proprietà depurative. Ci potete fare la frittata o ripassarle in padella con aglio, olio e peperoncino (e una bella grattugiata di formaggio grana o pecorino sopra).

Papaver rhoeas
Foto di Franco Lodini

In campagna, per fare addormentare i bambini, si usavano fare delle tisane con i petali oppure pappe con i semi di papavero. Questa proprietà la conosceva bene anche Ercole che ne dà una manciata a Cerbero per addormentarlo e riportarlo nell’Ade. In altri paesi e tradizioni con i semi si aromatizzano ancor oggi pane, focacce e biscotti anche con intenti augurali di fertilità (la pianta ne produce così tanti…) e di buona sorte (tanti semi…tanti soldi!). I petali, inodori e insapori, purtroppo sono molto delicati e si sciupano velocemente per cui il mio suggerimento è di lasciarli appassire naturalmente per poi colorare tisane o altre bevande e sciroppi.

Ma è proprio il colore la qualità più distintiva del fiore di papavero e per questo di papaveri rossi sono pieni anche i quadri dei macchiaioli e degli impressionisti (v. sotto il quadro di Monet); questo bel colore rosso ha anche forti legami simbolici con il sangue e la morte (dal sonno che induce, alla morte, il passo è breve) e infatti si usa nell'iconografia cristiana per simboleggiare la passione di Cristo. Lo usa anche De André nella sua Guerra di Piero (tutti si ricordano l’ultima strofa: «dormi sepolto in un campo di grano − non è la rosa non è il tulipano − che ti fan veglia dall’ombra dei fossi − ma sono mille papaveri rossi»).
Nel mondo anglosassone si usa appuntare un papavero di stoffa all’occhiello per commemorare le vittime dei campi di battaglia macchiati di rosso della Prima e della Seconda guerra mondiale, esattamente con due minuti di silenzio (uno per ogni guerra) all’undicesima ora dell’undicesimo giorno dell’undicesimo mese, chiamato Remembrance Day (o Poppy Day dal nome inglese di papavero), cioè quando l’armistizio che segnò la fine della Prima guerra mondiale divenne effettivo sul fronte occidentale.

I caratteristici fiori rossi del papavero

Istruzioni per l’uso: Il papavero entra nelle composizioni di numerose misticanze cotte. Parliamone un po’, come scrivo nel mio libro Erbe selvatiche, Ricerca riconoscimento e raccolta: “La scelta delle erbe da mettere in una misticanza cotta presenta meno problemi che nella preparazione di una cruda perché la cottura rende in buona parte omogenee le erbe contenutevi amalgamando i diversi sapori (…). Bisogna però dare lo stesso alla composizione un certo equilibrio e armonia tenendo conto delle varietà più o meno amare e di quelle più aromatiche, anche se il peso di quest’ultime sarà quasi trascurabile”. Una volta cotte le erbe in acqua e sale, le potete usare in vari modi: per i puristi, semplicemente condite con olio e limone, oppure saltate con aglio olio e peperoncino, o in frittate e nei ripieni di torte e pizze salate. Alcune erbe servono anche come farcia di ravioli, per es. la borragine (Borago officinalis), la bietola (Beta vulgaris), gli strigoli (Silene vulgaris, che verrà trattata nel prossimo articolo) o per colorare la pasta fatta a mano, classico il caso dell’ortica (Urtica dioica).


Le erbe nell’arte: Come non rimanere affascinati davanti a un campo di papaveri in piena fioritura? I papaveri sono protagonisti in numerosi quadri, soprattutto moderni, dai macchiaioli agli impressionisti, ed è la loro bellezza solare che ci vuole trasmettere Claude Monet in questo suo dipinto del 1873, intitolato semplicemente Coquelicots, papaveri. Il dipinto, con la prospettiva accentuata, l’ambientazione all’aperto e il colore indefinito, steso “a macchie”, rappresenta uno dei canoni della pittura “impressionista” e descrive una passeggiata in mezzo ai campi della moglie Camille e del figlio Jean che vengono ritratti due volte, a sinistra in alto e in basso a destra, mentre si avvicinano verso lo spettatore lungo un sentiero che scende nascosto dall’erba alta. L’impressione è quella di una scansione cronologica: Monet sembra voler rappresentare due momenti diversi del movimento dei personaggi, come se fossero due inquadrature dello stesso film. I papaveri sono dipinti con pennellate imprecise, solo nella parte sinistra del quadro, in diverse dimensioni, come macchie sproporzionate, quelli più in basso più grandi, dando profondità alla rappresentazione mentre il rosso brillante contrasta con i toni più delicati del resto del quadro. Come ha scritto qualcuno: “Nessuno può derubare ai papaveri il loro colore e nessuno può derubare al cuore le sue emozioni”.

Claude Monet, «Les coquelicots», 1873 - Musée d'Orsay, Parigi
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