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Il burro più caro del mondo

di Tokyo Cervigni 26 set 2017 0

La crisi del burro in Francia è l’occasione per analizzare le logiche del mercato agricolo.

Foto di Martin Boudier

C’è un argomento che sta facendo impazzire gli economisti francesi nelle ultime settimane. Un caso paradossale, per cui uomini di finanza, vestiti in giacca e cravatta e solitamente impegnati a parlare di mercati del tecnologico o delle borse mondiali, si riuniscono intorno a un tavolo per discutere la crisi di scorte di un prodotto di largo consumo, specialmente in Francia, come il burro.

In questo spettacolare grafico si può vedere come negli ultimi 18 mesi, in Francia, il prezzo del burro sia esploso, andando da 2.500 € a oltre 7.000 € la tonnellata. Sono diversi i fattori che hanno influenzato questo dato, ma la base dell’aumento del prezzo è ovviamente legata a  un’offerta che non riesce a soddisfare una domanda in continua crescita.

Nello specifico, l’offerta in calo è legata prima di tutto all’infinita crisi del mercato del latte, un problema esteso in realtà all’intera Unione Europea, per cui gli unici a guadagnare sono gli operatori della grande distribuzione. Le cooperative del latte acquistano infatti 1.000 litri di latte a una media di 340 €, prezzo più basso rispetto a quello pagato agli allevatori in Germania o in Olanda e comunque non sufficiente a rendere qualsiasi attività di allevamento sostenibile finanziariamente, per cui la UE è costretta a intervenire con sussidi per gli allevatori.

Analizzando poi l’utilizzo del latte stesso, negli ultimi anni abbiamo assistito anche a un aumento della produzione del formaggio, stabilita in Francia intorno ai 2 milioni di tonnellate. Più formaggio significa meno crema per produrre burro: è stato il mercato dunque, in questo caso, a creare un dissesto nella catena di produzione.

L’ultimo problema è invece profondamente radicato nell’industria del latte e praticamente impossibile da modificare in quanto legato alla razza delle vacche allevate. L’industria del latte nel tempo ha selezionato una razza che potesse soddisfare l’alta domanda di latte del mercato… diciamo soprattutto per aumentare i profitti. È così che le Frisone Holstein sono entrate nelle stalle di tutta Europa, a dire il vero tutto il mondo, andando a sostituire delle razze di mucca locali. Con un unico problema: se è vero che una Holstein riesce mediamente a produrre anche 40 litri di latte al giorno, è anche vero che il suo latte è poco grasso, con una resa di burro per litro molto bassa.

Questi i dettagli di una produzione di burro in diminuzione, a fronte di un mercato sempre più esigente. Da un lato con i paesi emergenti, in particolare asiatici, che vedono nel burro francese un prodotto di lusso; dall’altro con l’opinione pubblica francese che, come quella italiana, ha sviluppato un’opinione negativa  sui grassi di origine vegetale come l’olio di palma e la margarina.

Foto di Actu.fr

Se le trasmissioni e i giornali parlano di esplosione dei prezzi allora, come mai il consumatore non si è ancora accorto pienamente di questa crisi? In effetti, per ora, i prezzi nella grande distribuzione per un panetto di burro sono gli stessi dello scorso anno, ma questo è legato a una politica per cui la grande distribuzione negozia i prezzi dei prodotti venduti a inizio anno, facendo sì che i cambiamenti di prezzo avvengano solo una volta all’anno. Sono dunque le grandi catene a rimetterci dei soldi al momento. Non è detto dunque che il prezzo vada a cambiare prima della fine dell’anno, anche perché in tutto questo stiamo assistendo a un fenomeno curiosissimo.

In un mercato all’ingrosso in cui, solo nell’ultimo mese, il prezzo del burro alla tonnellata è salito di circa 800 €, i panettieri hanno adottato la scaltra opzione di andare a comprare il burro nei supermercati. Nonostante il prezzo di commercio sia alto infatti, al momento è comunque più basso del prezzo del burro all’ingrosso.

Broker, contadini, manager e panettieri. L’apocalisse del burro sta toccando tutti. E se una volta erano solo gli allevatori a lamentarsi delle remunerazioni bassissime, adesso è anche il Sindacato dei fabbricanti di biscotti e dolci di Francia (sì, esiste davvero), a denunciare un aumento dei costi di produzione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno di circa 70 milioni di euro (a oggi).

La situazione non sembra neanche poter migliorare nei prossimi mesi perché, in quanto prodotto fresco e di vita breve, non esistono delle riserve di burro che l’UE possa mettere sul mercato per abbassare i prezzi… e non che poi sarebbe una soluzione. Perché le colpe di questa crisi sono anche di un’Unione Europea che con i suoi sussidi ha isolato il contadino rispetto al mercato, ormai monopolizzato dalle catene di distribuzione, che hanno deciso di deviarlo in una direzione senza prevedere cosa potesse accadere.

Foto di David Lebovitz

Vedremo nelle prossime settimane quanto grottesca diventerà la situazione. Quanto si arrabbierà l’opinione pubblica francese quando il prezzo dei croissants aumenterà; se, come successo in Norvegia nel 2011, si ripeterà uno scenario quasi apocalittico in cui il panetto di burro da 250 g era arrivato a costare quasi 40 €, con le famiglie costrette a prendere la macchina e andare in Svezia per comprare il burro o, perché no, se si arriverà al paradosso per cui delle start up inventeranno un burro di laboratorio in cui Bill Gates potrà investire.

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