SOTTOPIATTO Storie di cibo

I motivi per cui (forse) mangeremo insetti

di Redazione 13 feb 2017 0

In Occidente l'idea di nutrirsi di insetti è ancora un tabù. Eppure ci sono alcune buone ragioni per cui dovremo infrangerlo: prova a spiegarle Beatrice Mautino.

Foto di Reuters/Wong Campion

Joseph P. Overton era il Vice Presidente del Mackinac Center for Public Policy, un think tank non profit sul libero mercato e le politiche pubbliche che ha sede a Midland, in Michigan. "Era" perché è morto nel 2003 in seguito a un incidente aereo. Il suo nome oggi è associato a una teoria molto famosa sull'evoluzione delle idee, la teoria della finestra di Overton: spiega come una nuova idea inizialmente inconciliabile con il bagaglio culturale e di valori di una data società, venga un po' alla volta introiettata fino a diventarne parte integrante. Lo fa attraversando le seguenti fasi: impensabile, radicale, accettabile, sensata, diffusa, legalizzata.

Ora, se parliamo di insetti in relazione all'alimentazione umana, la cultura occidentale oggi si trova pressapoco a metà strada tra la fase del radicale e dell'accettabile, mentre in altre parti del mondo il consumo di questo tipo di cibo è pratica quotidiana, ça va sans dire. Negli ultimi mesi noi che ci occupiamo di gastronomia abbiamo iniziato a parlarne come se ci stessimo occupando di qualcosa di esotico, di un fenomeno di costume da segnalare nella convinzione che la sua stranezza avrebbe attirato le attenzioni dei lettori. Pochi, troppo pochi, gli approfondimenti ragionati su questo tema in grado di andare al di là dello slogan "in futuro mangeremo insetti", che gioca sul senso del disgusto di chi non ha mai nemmeno pensato di addentarne uno.

Eppure Expo 2015 è stata un'occasione di riflessione sull'uso degli insetti nell'alimentazione, per "Nutrire il pianeta". Ma ancora una volta l'impressione è che sia passato un messaggio superficiale, infrantosi sulle barriere del tabù.

Oggi a fare chiarezza ci pensa Beatrice Mautino su Il Tascabile, con un articolo che scava a fondo nella questione parlando di sostenibilità, costi di produzione, stato dell'arte, usi alimentari e per la produzione di mangimi. Allo stato attuale gli ostacoli sembrano essere ancora due: il primo è di natura culturale ("siamo una specie conservatrice, le novità ci divertono e le proviamo, ma per entrare nella nostra cucina devono trovare il modo di inserirsi, senza stravolgerla. E, soprattutto, devono dare soddisfazione"), il secondo riguarda i costi e l'impatto ambientale.

Per farti un'idea più precisa leggi direttamente l'articolo qui sotto. Dopo averlo fatto, rispetto all'idea di mangiare gli insetti magari inizierai a passare dalla fase dell'idea radicale/accettabile a quella dell'idea sensata. O no?

Il caimano è buono” scrivo seria sul mio quadernetto. Non voglio rischiare di perdere neanche un dettaglio di questa mia prima volta e aggiungo: “sa di arachide tostata”. In realtà, però, so bene che non riuscirò facilmente a dimenticare il sapore tra il dolce e il salato, e la consistenza soda, incredibilmente soda, quasi croccante di questa cosa che mi stanno facendo mangiare. Perché mi aspettavo di tutto, ma non che sapesse di arachide. Tostata e croccante per di più.

Il suo vero nome è Zophobas morio e in realtà è un coleottero, uno dei tanti che ricadono nella mia definizione decisamente poco rigorosa, ma efficace, di “blatta”. Lo chiamano caimano perché morde, ma a vederlo nel suo stadio larvale non si direbbe. Cioè, è comunque una signora larva di cinque centimetri di lunghezza, ma non sembra aggressiva. Ha un colore tra il giallo e il marroncino, con qualche striatura nera e questo profumo di arachide che la rende quasi invitante. Quasi.

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