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Gli spumanti della Regina: ora le "bollicine" si fanno in Inghilterra

di Jacopo Cossater 13 mar 2017 0

Una serie di motivi per cui è doveroso seguire con estrema attenzione la rivoluzione spumantistica inglese, compreso il riscaldamento globale.

Ricordo ancora l’espressione tra lo stupito e il divertito del professore di inglese, erano i tempi dell’università e a tutti gli studenti era stata richiesta una breve tesina in lingua su un argomento a piacere. Non era proprio un esame quanto un'idoneità necessaria per proseguire il corso di studi. Fu allora che per la prima volta mi avvicinai al mondo degli spumanti d’oltremanica con una decina di pagine che ne ripercorrevano la storia e le principali caratteristiche. Informazioni recuperate un po’ in rete, un po’ sfogliando alcuni vecchi numeri di Decanter, magazine che per vicinanza anche geografica ha sempre dedicato al fenomeno una particolare attenzione.

Ma dicevo della sua espressione. Lui, inglese credo dello Yorkshire, a quei tempi non solo non aveva mai bevuto uno “sparkling wine” di casa ma addirittura non ne aveva mai sentito parlare. Erano gli anni a cavallo del millennio e, beh, da allora le cose sono davvero cambiate.

Una notizia su tante altre: a Chilham, a sud-est di Londra nella regione del Kent, con l’arrivo di questa primavera verranno messi a dimora 40 ettari di chardonnay, pinot nero, pinot meunier da parte di una delle più importanti maison francesi, Taittinger. Un investimento del 2015 in joint venture con il suo importatore che dovrebbe portare alle prime bottiglie di spumante franco/inglese entro i prossimi 5 anni, nel 2022.

Pierre Emmanuel Taittinger

Pierre-Emmanuel Taittinger, presidente dell’omonima cantina, dichiarò allora al Guardian: “Crediamo di poter produrre uno spumante inglese di alta qualità grazie ai nostri 80 anni di esperienza, il nostro obiettivo è quello di fare qualcosa di eccellente e di unico grazie al clima sempre più temperato del Regno Unito senza necessariamente paragonarlo allo Champagne o a qualsiasi altro spumante”.

In poche righe possiamo riassumere perfettamente quelle che sono le più importanti parole chiave relative al fenomeno degli spumanti inglesi. 

La loro unicità
. Gli sparkling wine inglesi non hanno mai cercato di rincorrere gli Champagne sul loro territorio. Da sempre, da subito, il loro è stato un posizionamento differente, una collocazione a metà tra un prezzo particolarmente centrato e l’orgoglio relativo a una produzione tutta Made in UK, molto lontana dal lusso di certe maison e dalle caratteristiche (uniche) di un territorio inimitabile per sfaccettature. Unicità che forse ha contribuito alla prossima parola chiave.

Il loro successo. Il 2016 è stato l’anno dei record per gli spumanti del Regno Unito, le cui vendite hanno raggiunto i 100 milioni di sterline e il cui export può vantare i due più importanti paesi produttori al mondo, Francia e Italia. Un risultato reso certamente possibile da una richiesta di bollicine sempre maggiore – destinata a crescere ulteriormente nei prossimi anni – ma anche da un comparto produttivo di grande maturità. Andrea Leadsom, Ministro dell’Ambiente del Governo presieduto da Theresa May, ha dichiarato: “grazie agli spumanti rosé del Kent e agli Chardonnay del Sussex ci stiamo giustamente affermando tra i più rinomati paesi produttori del mondo, il numero delle nazioni che beneficiano dei nostri vini è aumentato di un terzo solo quest’anno e grazie alla capacità delle cantine più importanti di affrontare il mercato saremo in grado di migliorare ancora”. Al di là di ogni possibile dichiarazione quella che è certa è la crescita qualitativa di tutto il settore, sono infatti lontani non solo i tempi della mia tesina ma anche quelli delle prime esperienza di molte cantine. Oggi gli spumanti inglesi hanno raggiunto un livello medio molto più che apprezzabile, la cui causa ci porta direttamente alla parola chiave successiva.

Il riscaldamento globale. C’è un motivo se l’Inghilterra non è mai stato un grande produttore di vino nonostante sia da secoli uno dei più importanti paesi consumatori: il freddo. Una condizione che negli ultimi decenni è andata via via mutando e che ha reso possibile in alcune zone più riparate la coltivazione di uve destinate alla produzione di spumanti, vini che a differenza dei rossi non necessitano di una particolare maturità delle uve e che proprio in zone climatiche considerate come continentali possono trovare una loro certa ragion d’essere. Così Jancis Robinson, giornalista e Master of Wine: “nel clima relativamente fresco della Gran Bretagna la sfida riguarda la maturazione di uve che si aggrappano ferocemente alla loro acidità iniziale. Una condizione comunque da considerarsi positiva considerato anche che nella Champagne ci si sta iniziando a preoccupare proprio della minore acidità dovuta al cambiamento climatico”.

Nello stesso pezzo compare una lunga lista dei migliori produttori inglesi, alcuni dei quali distribuiti anche in Italia. Il consiglio è quello di provarli, il rischio di rimanere piacevolmente sorpresi è davvero dietro l’angolo.

Quel professore poi sono sicuro apprezzerebbe.

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