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Due o tre cose da sapere assolutamente sulla silene

di Franco Lodini 14 mag 2019 0

Proprietà, caratteristiche e sfaccettature artistiche del fiore che scoppia.

Un classico divertimento da maschietti era prendere le parti terminali dei petali della silene (Silene vulgaris) e chiudere il calice creando una bolla d’aria che poi si poteva far scoppiare sulla fronte delle bambine; ecco perché uno dei nomi volgari della silene è “bubbolini” o “schiopettini”; il nome locale toscano “strigoli” o “stridoli” è invece legato al caratteristico stridio che fanno le foglie quando si strofinano fra loro.

La silene è una pianta perenne dalla grande variabilità, con molte sottospecie, glabra con steli alti fino a 70 centimetri. Le foglie di consistenza grassa, idrorepellenti, sono lineari-lanceolate e acute e hanno un colore verde-glauco; appaiono in rosetta basale e sono senza picciolo, mentre quelle che avvolgono il fusto sono più coriacee; i fiori, da marzo ad agosto, si trovano su peduncoli flessuosi; il calice a forma di vescichetta ovale e reticolato avvolge il fiore creando un rigonfio da cui escono le parti terminali dei cinque petali bianchi bilobati e gli stami.

La silene si trova in tutta Italia, escluse le zone aride, ed è una pianta sinantropica che vive in campi e prati, specialmente se falciati regolarmente, fino a 3000 metri circa. Si colgono i teneri germogli della rosetta basale prima che compaiano i fiori; bisogna ricordarsi i luoghi dove si vedono fiorire a gruppi per ritrovare i germogli da raccogliere prima della fioritura.

Si usano soprattutto le foglie cotte; nelle frittate e come ripieni dei tortelli sono ottimi, ma il risotto esalta particolarmente il loro sapore delicato: aggiungete una bella manciata di strigoli al riso già tostato e continuate la cottura come per un normale risotto (attenzione, per gustarne appieno il sapore non usate altre spezie). Potete provarli anche crudi: il loro sapore delicato e la loro consistenza un po’ grassa aggiungeranno freschezza alle vostre misticanze primaverili.


Istruzioni per l’uso: in questo periodo la silene e moltissime altre piante sono infestate dalla sputacchina (Philaenus spumarius). Si tratta delle larve di una farfallina grigiastra molto diffusa e comune nei prati, le cui larve rilasciano un liquido viscoso, una schiuma bianca che assomiglia alla saliva (da cui il nome sputacchina) e che serve a proteggerla dai predatori durante la sua evoluzione. Si nutre di tutto quello che è verde: aspirando la linfa delle piantine su cui si trova e immettendo aria nello scarto intestinale, produce le bollicine che la ricoprono facendo da riparo. Anche se, purtroppo, è spesso il vettore del batterio Xylella fastidiosa che colpisce gli uliveti pugliesi: non è pericolosa ma a volte deforma le foglie della pianta rendendole mollicce; basta liberarsene prendendo lo stelo della pianta e rimuovendola con un movimento secco della mano che farà scivolare via le larve assieme al liquido viscoso; in seguito, naturalmente, è meglio poi lavarla bene e con attenzione.


Le erbe nell’arte: il nome di “silene”, che fu dato da Linneo alla pianta, viene quasi sicuramente da un essere mitologico greco, Silèno, demone dei boschi. Sapiente e amante della musica e della danza, faceva parte del corteo di Dioniso (o Bacco), sempre ubriaco e a cavallo di un asino. La caratteristica più evidente del suo aspetto grottesco è di avere una pancia tonda e gonfia come un otre. I greci ne facevano delle statuette che suscitavano il riso ma a cui attribuivano proprietà divine.

Anche se è difficile trovare un qualcosa di divino nel dipinto che vi propongo, il Sileno ebbro, opera di José de Ribera, detto “lo Spagnoletto”, pittore caravaggista spagnolo, attivo a Napoli nella prima metà del 1600. Il ritratto di Silèno corrisponde all'iconografia tradizionale ed è buffo pensare che una pianta così leggiadra abbia preso il suo nome da questo simpatico personaggio la cui pancia ha ispirato il calice gonfio della silene. Le vie della botanica sono infinite!

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