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Come si fa a scegliere il vino buono?

di Gabriele Rosso 09 mar 2017 0

La maggior parte dei bevitori non sa da dove iniziare e a chi affidarsi, e la mancanza di informazioni in etichetta non aiuta, anzi...

Navigando qua e là attraverso siti, blog, e-commerce e portali vari ed eventuali si possono trovare centinaia, forse migliaia di articoli che danno consigli su come scegliere il vino al ristorante, in enoteca, al supermercato. Provano a dare qualche dritta sul rapporto qualità-prezzo, sull'abbinamento col cibo (e quindi quale vino per quale piatto?), sulle zone produttive da tenere d'occhio, sui nomi dei produttori che ci permettono di andare sul sicuro. E fin qui tutto bene, o quasi.

Dico quasi perché se da un lato mi pare innegabile che questo moltiplicarsi di consigli vada a costruire un potente corpus di recensioni, note di degustazione e informazioni che alimenta la nostra fame di conoscenza vinosa, dall'altro continuo a vedere il bevitore occasionale, che rappresenta "la massa" dei consumatori di vino di oggi, andare nel panico se messo di fronte al momento della scelta. Che sia al ristorante, in enoteca o al supermercato poco importa.

Insomma, nonostante una mole smisurata di consigli, sembra ancora mancare quel minimo di cultura del vino che potrebbe aiutare a distinguere senza per forza di cose conoscere. Manca la capacità di fare una scelta basata su informazioni parziali. Manca il principio ispiratore in grado di guidarci anche alla cieca, o quasi. E il motivo principale di tutte queste mancanze risiede, se si parla di un pubblico di massa scarsamente informato, nelle etichette e nell'intermediazione (dell'enotecaro, del sommellier, del ristoratore...). Ma soprattutto nelle etichette.

Non giriamoci troppo intorno. Le etichette appiccicate su una bottiglia di vino non dicono nulla al consumatore che non ha "studiato". Nella maggior parte dei casi, certo non in tutti, non gli diranno con che uva è stato fatto il vino, dove si trovano le vigne, in che modo è stato realizzato e come è stato affinato. Non gli diranno alcunché sugli ingredienti, e d'altronde questo dell'indicazione degli ingredienti del vino è un tema spinoso che ciclicamente torna a far discutere appassionati, critici e produttori senza avvicinarsi a una parvenza di soluzione. Vuoi mettere la tradizione? Non vedi come i francesi fanno "sparire" ogni riferimento per far emergere soltanto il vino, il suo nome, il marchio?

Eric Asimov
Eric Asimov

SCEGLIERE IL VINO CON ERIC ASIMOV

Una possibile soluzione
 a questo problema l'ha fornita Eric Asimov, il critico americano del vino che (lo ammetto) leggo con maggior piacere e che scrive regolarmente sul New York Times. Celebre, anzi celeberrima, è la sua rubrica Wine School, che funziona pressapoco così: Eric sceglie tre vini di una determinata tipologia, facilmente reperibili negli Stati Uniti e di prezzo tutto sommato abbordabile, fornisce un po' di informazioni di contesto (sul vino, sulla zona produttiva, sui vignaioli), e poi dà appuntamento ai suoi lettori dopo un mese. I lettori si comprano i tre vini, li assaggiano e ne discutono insieme nei commenti, e alla fine torna Eric con i suoi, di commenti, e le note di degustazione. Avercene.

Ora, mentre da un lato il New York Times ospita anche una sua mini-guida online dal titolo How to Drink Wine, dall'altro Eric si premura di spiegare anche quale, a suo avviso, debba essere il principio ispiratore che governa ogni scelta di fronte a uno scaffale o a una lunga lista di vini, che poi è l'elemento culturale e di conoscenza che davvero manca al consumatore medio. E lo fa con l'articolo Want to Pick Better Bottles? Repeat After Me: Wine Is Food. Che tradotto suona così: Vuoi scegliere bottiglie migliori? Ripeti dopo di me: il vino è cibo.

In sostanza l'argomentazione è la seguente: così come negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza verso ciò che mettiamo nel nostro piatto, insieme all'interesse per gli ingredienti presenti nel cibo che acquistiamo e per le modalità con cui questo viene prodotto, allo stesso modo i consumatori dovrebbero avere strumenti che gli permettano di formularsi un'idea altrettanto chiara del vino che vorrebbero avere nel bicchiere.

Come scrive Asimov, «tutte queste considerazioni sono fondamentali per la rivoluzione gastronomica che ha migliorato enormemente sia la qualità di ciò che mangiamo che il piacere che ci dà. Tuttavia quando si tratta di vino, molti di coloro che si interessano del loro cibo stanno ancora bevendo l'equivalente del pomodoro quadrato*».

E quindi veniamo alle etichette del vino.

* pomodori creati alla UC Davis perché non rotolino sui nastri trasportatori e permettano di risparmiare spazio nelle scatole in cui vengono collocati.

Questo è ciò che scrive il nostro critico sul New York Times:

«Ancora più importante di un simbolo come quello del "biologico" sarebbe un maggior senso della trasparenza su come l'uva viene coltivata e su come il vino viene fatto. Sui cibi processati c'è l'obbligo di indicare in etichetta tutti gli ingredienti utilizzati nella produzione. Perché il vino dovrebbe essere immune a tali requisiti? Molte decisioni di acquisto del cibo vengono prese dopo aver controllato l'etichetta degli ingredienti di prodotti simili di marche diverse. Non dovremmo voler sapere anche cosa c'è nel nostro vino?

L'industria del vino ha sostenuto a lungo che i consumatori troverebbero le etichette con gli ingredienti poco chiare o incomprensibili. Ciò potrebbe anche essere vero, ma è irrilevante. Chi tra noi comprende gli ingredienti che ci sono, ad esempio, in una scatola di cereali di grande distribuzione? Milioni di persone non potrebbero essere meno interessate e nonostante ciò comprare ugualmente quei prodotti.

Ma con etichette più chiare coloro che vogliono evitare ingredienti artificiali o sospetti hanno l'opportunità di farlo. E dovrebbero avere la stessa opportunità con il vino. Possiamo scommetterci che una volta che le persone cominceranno a fare domande sugli ingredienti e i processi produttivi usati nella realizzazione del vino, l'industria inizierà a soddisfare maggiormente i bisogni di questo gruppo di consumatori informati».


In altre parole, secondo Asimov informazioni più chiare in etichetta possono spingere il consumatore a farsi domande e le industrie del vino, o in generale coloro che usano più "trucchi" enologici e più additivi "artificiali", a fare nel tempo qualche passo indietro, perché costretti da un segmento di clienti che spinge in quella direzione. E il ragionamento non fa una grinza, a mio modo di vedere.

CHI CONSIGLIA COSA?

Ora, tutto ciò va a braccetto con la questione dell'intermediazione. In parole povere: chi è che, in assenza di informazioni complete ed esaustive, è più adatto ad aiutare il consumatore a colmare questo gap e a scegliere il vino giusto? che cosa può/deve dirgli e raccontargli?

Secondo Asimov non possiamo fare affidamento sulla grande distribuzione e i supermercati. Dovremmo piuttosto dare fiducia a chi porta avanti la sua attività di vendita con passione e che per questo motivo fa buona parte del lavoro di raccolta e di presentazione delle informazioni al posto del cliente finale. Un bravo enotecaro "fisico" o online, ad esempio: «una buona enoteca o rivenditore online con un suo punto di vista, come un grande macellaio o panettiere, avrà fatto una selezione rigorosa prima di mettere a disposizione del consumatore i propri scaffali. Sapere di essere in una buona enoteca può affinare la tua decisione in termini di gusto e di occasione di consumo, sapendo che la qualità è già garantita».

Insomma, «per bere vino migliore, devi trovare una fonte di approvvigionamento migliore».

E in fondo questo è il consiglio "definitivo". Ma, allo stesso tempo, credo anch'io che la battaglia sulle etichette del vino sia il presupposto necessario per far sì che crescano ancora la produzione e il consumo di vini di buona qualità.

A meno che non ci vada bene che le cose stiano così: che ci sia una folta avanguardia di bevitori appassionati e informati, e un gruppone smisurato di bevitori in balia dell'oscurità più totale.

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