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Cimbalaria e ombelico di Venere: la perfezione della bellezza

di Franco Lodini 11 giu 2019 0

Affinità, usi in cucina e ricorsi artistici di due piante ingiustamente poco considerate.

Foto di Franco Lodini

La volta scorsa vi avevo parlato della cimbalaria (Cymbalaria muralis), stavolta non posso fare a meno di trattare una sua vicina di casa, un’altra piantina che cresce sui e nei muri: l’ombelico di Venere (Umbilicus rupestris). Anche se non è sua parente stretta − la cimbalaria appartiene alla famiglia delle Plantaginaceae −, il nostro ombelico fa parte delle Crassulaceae, che, come capite subito dal nome, è la famiglia delle cosiddette “piante grasse”. Questa piantina sarà anche grassa ma è dedicata a Venere, la dea dell’amore, al cui ombelico seducente e perfetto assomiglia la sua foglia basale, concava al centro (da cui il nome del genere Umbilicus), tant’è che, per questa somiglianza, nel Medioevo entrava nella composizione di filtri d’amore.

Ma ci sono diverse coincidenze che legano insieme la cimbalaria e l’ombelico di Venere. La prima ovvia coincidenza è il loro habitat e questo lo si capisce anche nel nome della specie di entrambe le piante, muralis e rupestris, che ci dà un preciso riferimento a dove le possiamo trovare. Infatti tutte e due prediligono gli stessi ambienti umidi, fessure e interstizi di vecchi muri e rupi. Come la cimbalaria, l’ombelico di Venere si trova inoltre fino a 1200 m in tutta Italia (anche se non è presente in Valle d’Aosta e Friuli).

Seconda coincidenza: come la cimbalaria è una pianta perenne, inoltre è glabra e alta 10 cm (ma può arrivare con lo scapo fiorale anche a 60 cm) con fusto eretto e foglie carnose alternate; le foglie basali sono circolari e crenate, l’infiorescenza appare tra marzo e giugno, è a grappolo e occupa quasi tutto il fusto, generalmente da un solo lato; i fiori penduli hanno una corolla giallo-verdastra, a volte leggermente arrossata.

Foto di Franco Lodini

Le foglie basali carnose e sode hanno proprietà diuretiche e rinfrescanti, non a caso la medicina popolare le usava per lenire le scottature dopo che erano state ridotte in poltiglia. Ma anche da un punto di vista gastronomico l’ombelico è interessante: anche se il sapore non è eccezionale (de gustibus, naturalmente…), le foglie delle piante giovani, finché sono consistenti, sode e integre (sono molto appetite da lumache e insetti), si possono usare come decorazione ma sono anche buone da mangiare in misticanze crude. In questo modo l’ombelico di Venere aggiungerà struttura e donerà acquosità alla vostra misticanza.

Come vedete le coincidenze continuano: infatti l’ombelico, come la cimbalaria, è decisamente un’erba complementare, cioè se ne deve usare una quantità moderata e non da sola, come ho già spiegato nella composizione delle misticanze sia crude che cotte.

Un’ultima interessante curiosità “meteorologica” sull’ombelico di Venere. Secondo una credenza popolare si usavano le foglie come indicatrici di umidità, per capire se stava per piovere: se ne prendevano due e le si univano insieme, si pressavano e si gettavano in aria; se nel cadere a terra rimanevano unite allora se ne deduceva che la pioggia era vicina.

Istruzioni per l’uso: le piante come l’ombelico di Venere, che noi impropriamente chiamiamo piante grasse, sono dette dai botanici “succulente”, cioè piante che accumulano nelle loro foglie grandi quantità di acqua, che viene utilizzata con saggezza dalla pianta nei periodi di siccità. Proprio le Crassulaceae, hanno dato nome a un particolare tipo di fotosintesi che avviene in condizioni ambientali difficili e siccitose, cosa che ci fa comprendere ancora una volta, una delle tante strategie di sopravvivenza delle piante. Questa fotosintesi infatti si chiama CAM, cioè “metabolismo acido delle crassulacee” (acronimo dall’inglese Crassulacean Acid Metabolism). In parole povere, significa che la pianta, temendo il troppo calore, apre gli stomi − dei “buchi” sulle foglie da cui passa lo scambio gassoso tra l’interno e l’esterno − solo di notte per fare entrare l’anidride carbonica.


Le erbe nell’arte: e qui arriviamo alla quarta e ultima, ma non meno importante, coincidenza con la cimbalaria: infatti il nostro pittore di riferimento è lo stesso Francesco Melzi che dipinse proprio la cimbalaria nel suo quadro la Colombina. Stavolta l’allievo prediletto di Leonardo ha ritratto Vertumno e Pomona; il primo, una divinità minore romana di origine etrusca che aveva l’incarico di far maturare i frutti, e la seconda invece la dea romana dei frutti (cioè i “pomi”), ritratta, come ne La Colombina, con un seno nudo. Vertumno è spesso vestito, come in questo quadro, con abiti da donna, nel tentativo di avvicinarsi alla dea e sedurla e quindi far maturare i suoi frutti. D’altro canto il suo nome richiama il latino “vertere”, cioè girare, cambiare, all’origine anche delle derivazioni: divertimento, perversione, verso. E che ci fa il nostro ombelico di Venere, nascosto in basso, proprio in fondo al quadro, sotto i piedi di Pomona? Se è vero che nel linguaggio dei fiori l’ombelico di Venere è la pianta di chi soffre la solitudine e non riesce a comunicare con gli altri, capiamo come il nostro simpatico Vertumno abbia cercato di “comunicare” con Pomona vestendosi da donna!

Francesco Melzi, Vertumno e Pomona, tra il 1518 e il 1528 ca.; olio su legno di pioppo (186 x 135,5 cm) - Gemäldegalerie, Berlino
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