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Che differenza fa avere una Fabbrica Italiana Contadina

di Tokyo Cervigni 04 mag 2017 2

Una riflessione personale su Eataly World, su quelle che possono essere delle opportunità per l’Italia e su cosa restare invece più cauti.

Quanto piacciono i numeri al direttivo di Eataly... Sembra quasi che le cifre che dettagliano a ogni comunicato siano un fattore necessario a giustificare il proprio operato, mostrando in realtà una relativa trasparenza. In quei numeri ci sarebbero i motivi del successo ineguagliabile di un gruppo dell’alimentare forte tanto in Italia quanto all’estero, ma anche la coda di paglia di chi vuole dimostrare quanto gli investimenti facciano guadagnare tutti, in un paese in cui fare impresa è praticamente impossibile.

Di questo gli va dato atto effettivamente: comunicatori e imprenditori così illuminati in Italia non ne abbiamo avuti a lungo. Con Eataly abbiamo avuto l’opportunità di portare nuovamente il marchio Italia in alto in tutto il mondo.

Il progetto di Eataly World (il cui nome ufficiale è FICo, Fabbrica Italiana Contadina) sarà la prossima tappa a determinare il successo di Eataly e a stabilire quale sarà il suo futuro a livello aziendale.

Stiamo dunque al loro gioco e andiamo a vedere le cifre di Eataly World, ormai vicino all’apertura. 8 ettari di parco tematico su cui apriranno 45 fra ristoranti e bistrot, capaci di ospitare 2.500 persone alla volta e che si prevede accoglierà circa 4,5 milioni di visitatori l’anno, di cui 2 milioni di stranieri. Un luogo che riqualifica l’area dell’attuale CAAB (Centro Agroalimentare di Bologna), togliendo fino a 1,5 ettari di zona cementificata per dar spazio a 7.000 mq di colture biologiche e biodinamiche, 4.000 mq di stalle e 44.000 pannelli fotovoltaici, per rendere l’impatto di questo polo turistico anche un esempio di sostenibilità.

Ci si sente bene a leggere questi dati, parte di una famiglia che punta alla promozione dei valori di una nazione assetata delle giuste opportunità. Dare lavoro a 3.000 persone e coinvolgere 40 aziende artigianali è senza dubbio lodevole, ma il dato che realmente mi interessa sono i 2 milioni di visitatori stranieri che si prevede verranno a scoprire la pura bellezza dei prodotti italiani.

In un paese che destina i soldi per la promozione del territorio in appalti ridicoli distribuiti su agenzie di comunicazione, che utilizzano quei fondi per campare anziché per valorizzare il turismo nelle zone più belle e sconosciute del paese, fa capire quanto siano corrotti i principi di turismo in questa nazione. Il modello spagnolo, danese, svedese, peruviano, messicano, australiano e chi più ne ha più ne metta sono delle scuse di cui non si fa che parlare da oltre 10 anni. Neanche l’Expo è riuscita a smuovere una vera e propria operazione di turismo in Italia, perché il modo in cui è strutturato il Ministero dei beni culturali in Italia è uno strano sistema di scatole cinesi in cui non si riesce mai a capire chi è che fa cosa e per quale motivo. Va a finire che gli unici fondi a cui si può fare appello per presentare veramente un progetto di promozione del territorio sono quelli legati alla chiesa cattolica o all’Unione Europea.

Il FICo rappresenta davvero la possibilità di promuovere, all’interno di un unico spazio educativo e ludico, tutto il territorio italiano, almeno per quanto riguarda il suo patrimonio gastronomico, andando a stimolare la curiosità dei tanti visitatori a continuare il loro viaggio senza sapere quale sarà la prossima meta da andare a visitare. Definire il FICo un ufficio di informazioni con cucina per chi viene in Italia è forse il modo più nobile per descriverlo. È assurdo pensare che in un paese come il nostro sia necessario un privato perché si crei una promozione simile e minuziosamente studiata per adempiere quello che un governo incaricato non riesce a fare.

L’Italia sarà meta di vacanze per tantissimi nuovi turisti grazie al FICo, di questo ne sono certo. Mi sbilancerei addirittura a pronosticare l’ingresso di Bologna e dell’Emilia nei 52 posti da visitare per il New York Times nel 2018.

Ovviamente, per ogni nota positiva, ce n’è sempre una negativa. Se all’inizio ne gioveranno tutti dall’apertura del FICo, le proiezioni sul lungo termine mi fanno pensare che non sarà il territorio italiano a beneficiare di una struttura simile ma il contrario. Per fare questo solleverò un paragone scomodo e in certi versi diventato tabù nel corso degli anni, ovvero il rapporto tra Eataly e Slow Food.

Quando Eataly aprì il suo primo negozio, a Torino, la sua vicinanza con Slow Food andava ben oltre la lunga amicizia che legava i fondatori delle due realtà. La consulenza che il movimento del Buono, Pulito e Giusto prestava per la catena di supermercati di Alti Cibi era ripagata con un supporto economico importante. Per Eataly un guadagno in termini di immagine: nel tempo si è imparato che parlare di Eataly significava non solo prodotti di alta qualità, ma che rispettassero una certa etica legata all’ambiente e al lavoro. Una volta ottenuto questo risultato, Slow Food è stato abbandonato e ha perso l’appoggio di Eataly in un momento delicato e importante per il futuro del movimento.

Se questo fosse un insegnamento sul come l’azienda si comporta, dovremmo capire che, dietro all’opportunità unica di avere un polo di attrazione per i turisti di tutto il mondo, si nasconde anche una minaccia dalla quale difendersi con l’elaborazione di una strategia di turismo. Perché ci sono buone probabilità che chi verrà al FICo, anziché nutrire il proprio interesse verso delle realtà differenti e distribuite su tutto il suolo italiano, si accontenterà di quello che vedrà visitando uno spazio unico.

Non credo sia sbagliato comparare il FICo al mercato che aprirà sotto la consulenza di Anthony Bourdain nel 2019 a New York, sul Pier 57 dell’East River. Per quanto il presentatore televisivo si sforzi a dire come non voglia che il molo diventi un mercato distopico frequentato da Gringos, almeno Bourdain ha avuto la buona fede di capire qual è il problema effettivo di raccogliere in così poco spazio così tante realtà con un’identità così forte.

Quello che non mi piace del modo in cui Eataly comunica è che si tratta di dati quantitativi anziché qualitativi. Chi sono quei 2 milioni di turisti stranieri? Per quanto uno si sforzi a farlo bello, un centro commerciale rimane tale. Chiamarlo Fabbrica Italiana Contadina non lo renderà un posto migliore, casomai solo un marchio più appetibile, la sua realtà però resterà quella di un parco d’attrazione.

A mio avviso Eataly World sarà un posto in cui il turista non interessato potrà ammirare come viene fatta la mozzarella a pochi passi da un laboratorio di Rezdore, un modo come un altro di comporre un patchwork predigerito e comunicato nel modo più teatrale possibile, a un pubblico che probabilmente mai avrà il coraggio di prendere una macchina e andare a scoprire l’autenticità dell’Italia nelle sue imperfezioni. Cosa che invece fa il turismo delle società post-tecnologiche, colto e che vive il disagio per il suo lato più bello e spontaneo.

Perché altrimenti, dovessimo affidarci unicamente ai numeri, potremmo anche dire che finalmente Briatore sta aprendo un Twiga a Otranto. La domanda da porsi è: i turisti che porterà saranno persone rispettose del territorio? O si limiteranno a mangiare sushi senza curarsi della vera natura della Puglia, fatta di oliveti (ancora per quanto?), agriturismi e cale da raggiungere a piedi? Quanto un turismo così aiuta davvero un territorio sul lungo periodo?

COMMENTI (2) AGGIUNGI UN COMMENTO



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Michele
5 maggio 2017 09:44 Il pericolo che "quel tipo di turisti" vadano solo da EATALY WORLD esiste. L'analisi qualitativa che auspichi però farebbe probabilmente emergere che "quel tipo di turisti" non sono sottratti a quelli che andrebbero nella limonaia di Positano, nella scuola di cucina sulle Madonie, a raccogliere erbe selvatiche in trentino o visitare il corso del Canale Cavour in Piemonte. Probabilmente quei turisti stranieri andrebbero a Dubai a sciare nel Mall of the Emirates. Nel mio personale pallottoliere sono 2 milioni in più (se lo saranno) senza andare troppo per il sottile. Per tutto il resto il dato più agghiacciante è quello di un Ministero dei Beni Culturali incapace di fare altrettanto (quando come minimo dovrebbe riuscire a moltiplicare per 10) e svegliarsi ogni mattina passando per la fermata del BUS 28 che sulla fiancata ha la scritta Visit Andalucia o Carinzia voglia di vivere (e no, non è la pubblicità di un detergente intimo miracoloso).
patrizia canuto
6 maggio 2017 08:34 La sua lucidità e francheza le fanno onore, non tanto quanto Eataly che è sì uno spazio studiato e ben organizzato, ma in cui si sente la 'finzione' che poi non è altro che la mira diretta allo straguadagno senza curarsi veramente di quel che pubblicizza e vende: etica del futuro. La grande contraddizione di questo secolo finito che ha visto creascere e formarsi il più grande disastro ecologico che mai sia avvenuto sulla Terra. Proprio grazie agli individui come il patron di Eataly. Il ministero di Beni culturali, come tutti gli altri ministeri è occupato da politici che non sanno quello che fanno, nè hanno voglia di saperlo. Vivono di lustri tra un banchetto e l'altro ringraziando Eataly che dà loro l'opportunità di vantarsi dell'essere italiota. La sfida è ormai iniziata verso il futuro più equo e sostenibile, chi non si adegua verrà automaticamente messo da parte. Grazie