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Anatomia di Masterchef, finalmente

di Gabriele Rosso 02 gen 2017 2

Un articolo dello scrittore Francesco Pacifico propone un'analisi un po' diversa del fenomeno Masterchef. E ne sentivamo il bisogno.

Della trasmissione che (volenti o nolenti) ha rivoluzionato l'enogastronomia televisiva e che ha cambiato radicalmente il nostro rapporto con il cibo negli ultimi anni se n'è parlato molto. Per certi versi pure troppo, nel senso che Masterchef è diventato terreno di scontro tra coloro per cui sarebbe veicolo di un messaggio sbagliato sulla cucina, come sostengono spesso, ad esempio, Carlo Petrini e Massimo Bottura, e quelli che invece si limitano a considerarlo nel suo risvolto ludico e nella sua funzione di trasmissione televisiva che avvicinerebbe gli spettatori al buon cibo, spingendoli a tornare ai fornelli.

C'era però bisogno, crediamo, di un'analisi un po' più distaccata, di qualcuno che, partendo dal di fuori del mondo dell'enogastronomia guardasse Masterchef con gli occhi dell'osservatore disinteressato e privo di pregiudizi. Per questo motivo cade a fagiolo il post comparso su Prismo a firma di Francesco Pacifico, scrittore, traduttore e giornalista che collabora con Rivista Studio, IL del Sole 24 Ore, La Repubblica e Rolling Stone. Un post che si intitola La ricetta di Masterchef e che analizza simbologia, messaggio e funzione sociale e culturale della trasmissione condotta da Carlo Cracco, Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Joe Bastianich (e dei suoi omologhi Junior ed esteri).

 

Lo scrittore Francesco Pacifico
Lo scrittore Francesco Pacifico

Accompagnate dalle illustrazioni di Elena Xausa, le parole di Pacifico spingono più in là la nostra comprensione del fenomeno-Masterchef. Ad esempio, laddove scrive che «il linguaggio di MasterChef Italia è una mediazione culturale: le regole del format portano concorrenti e spettatori a trasformare la saggezza della nonna in operazioni razionali; levare il mito del Q.B. — quanto basta — come misurino morale; importare una razionalità nordica, anglosassone, nella gestione della cucina». O, ancora, facendoci capire come il format sia destinato ad «arginare i concorrenti e il loro ego, invece che farli scoppiare»: in effetti chi si ricorda di concorrenti di Masterchef che abbiano davvero fatto strada nel mondo dello spettacolo e/o tra le pieghe dell'universo enogastronomico, a parte (forse) Federico Ferrero?

Vale la pena leggere tutto l'articolo:

«Una classe di quaranta bambini perbene è in piedi in file ordinate in un posto che non è una classe: è all’aperto, lungo un corso d’acqua. Il pubblico si affaccia dall’alto, dal marciapiede, è il centro di Milano e i quaranta bambini si sfidano per capire chi entrerà in Junior MasterChef Italia. I concorrenti sono tutti preadolescenti, assomigliano quindi a dei piccoli adulti, l’adolescenza non li ha ancora inebetiti. Sono seri, determinati come personaggi di cartoni animati giapponesi; a occhio e croce, hanno imparato a cucinare guardando MasterChef: una, in studio, dirà, “Ho preso spunto dall’uovo alla Cracco”, deve cucinare delle uova per i giudici, Alessandro Borghese, Bruno Barbieri.

All’esame iniziale, i bambini prima si esaltano per le star Barbieri e Borghese alla loro apparizione, poi cucinano una maionese, e il montaggio alterna l’azione con le interviste a parte, che sono per la tv di oggi quel che il discorso indiretto libero è stato per il romanzo moderno. I loro pensieri sono questi: 
“Voglio dimostrare a tutti che io non sono quel mingherlino che non sa niente, ma che sono deciso… e che ho voglia di cucinare e passione”. 
“Mah… forse non sono mai stato così felice”. 
“Oggi spero di poter cucinare un fusion”. 
“Lavorare con questo grembiule davanti è un po' ‘na rosicata”.

Alla fine, tra i selezionati increduli c’è un bambino con la cravatta e la erre moscia, istrionico ma solenne: “Ho supevato la pvova!” Ci pensa meglio, gli passa tutta la vita davanti: “Sì, savà una pvova duva, ma almeno sono passato”.»

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COMMENTI (2) AGGIUNGI UN COMMENTO



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Chiara S.
7 gennaio 2017 17:01 Masterchef, secondo chi firma il pezzo, avrebbe "rivoluzionato l'enogastronomia televisiva": la chiave di lettura è tutta lì, nel fatto che sia televisiva, non reale. Anche quello su cui si basa l'edizione italiana è televisivo, e molto nazionale: i concorrenti sono spesso emotivamente delicati, e il programma è fatto per crerare spettacolo su quello. Basta paragonare tutto, dalle musiche al linguaggio (sia verbale che non) utilizzato nella trasmissione italiana, con quella, che so, australiana. Mai più agli australiani interessano le stesse sceneggiate emotive (tra l'altro anche scritte dagli sceneggiatori) che qui fanno vendere. Stupisce leggere qui dentro che questa trasmissione "ha cambiato radicalmente il nostro rapporto con il cibo", dato che nella pratica si tratta di voyeurismo e non di cultura gastronomica.
Gabriele Rosso
9 gennaio 2017 06:49 Buongiorno Chiara, il fatto che si tratti perlopiù di voyeurismo e non di cultura gastronomica non toglie che la trasmissione possa aver contribuito a cambiare il nostro rapporto con il cibo (nel bene e/o nel male). No?