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Alla scoperta della madre di tutte le rose

di Franco Lodini 21 gen 2019 0

La leggenda della rosa canina: proprietà benefiche, usi in cucina e ricorsi artistici.

Si sono appena spente le luci natalizie ma nelle campagne fredde e brulle c’è una pianta che ravviva il paesaggio: la rosa canina (Rosa canina). Capostipite e antenata di tutte le varietà di rose che coltiviamo nei nostri giardini (la sua comparsa risale a più di quaranta milioni di anni fa!), la rosa selvatica, anche se è vero che non c’è rosa senza spine, si fa perdonare le sue, acute e numerosissime, con una bellezza discreta che si fa notare solo quando sbocciano i fiori profumati che attirano tantissimi insetti e quando, con le sue false bacche (dette più propriamente “cinòrrodi”), allieta i rami spogli d’inverno come fossero piccole rosse lampadine.

Questo arbusto legnoso alto fino a 3 metri, diffuso in tutta Italia, si trova ai margini di boscaglie, cespuglieti e come arbusto pioniere anche nei pascoli e nei prati, su terreni sassosi, fino a 1500 metri. È un arbusto glabro ma spinosissimo, molto ramificato. Le foglie sono caduche e di colore verde, ovali o ellittiche e appuntite, mentre le spine si presentano rosse e molto dure, uncinate. Ma fatevi guidare dal vostro olfatto per riconoscerla, perché il suo profumo di rosa (appunto!) è inconfondibile: i delicati e semplici fiori profumati li troverete da maggio e luglio e sono posizionati su peduncoli glabri, con 5 petali bianco-rosati; i frutti sono cinòrrodi rossi, piriformi, glabri e carnosi, che maturano nel tardo autunno e contengono i veri frutti, degli acheni molto duri, ricoperti da molti peli, corti e rigidi.

Cinorrodi di rosa canina

La rosa canina è una grande risorsa di vitamina C, presente in quantità notevolmente superiore rispetto agli agrumi tradizionali, un grande e prezioso toccasana invernale che arriva al momento giusto, quando dobbiamo rafforzare le difese naturali dell’organismo. Non dimentichiamo poi la presenza di bioflavonoidi, antiossidanti naturali che esercitano un’azione complementare alla vitamina C, aiutandone l’assorbimento da parte dell’organismo e, tra le sue numerose altre proprietà, ricordiamo quelle astringenti e diuretiche. Quest’ultime hanno la particolarità di eliminare le tossine nell’urina ma senza irritare i reni.

Rosa canina, un concentrato di vitamina C
Foto di FitMiVida

Come usarla per trarne tutti questi benefici? Il modo più semplice è di usare i cinòrrodi seccati (e da cui avremo l’accortezza di togliere i semini e i peli interni) per realizzare colorate tisane acidule. È buona cosa farli prima bollire un po’ facendo un decotto; così facendo, oltre a estrarre meglio i principi attivi, conferiremo alla nostra tisana un bel colore rosso, per poi aggiungere a piacere le altre componenti della tisana in infuso.

Un altro ottimo impiego è di farne una buona confettura, per questo è meglio aspettare le prime gelate invernali che ammorbidiranno i cinòrrodi. Muniti di guanti, visto che i rametti della rosa canina sono spinosissimi, si raccolgono, e poi, con grande attenzione e pazienza, si cerca di togliere il più possibile gli acheni interni con le loro setole pelose, irritanti per l’intestino, di cui uno dei nomi volgari, “gratacù”, è assai eloquente. Ma anche in primavera la rosa canina è utile, regalandoci i suoi petali, buoni seccati nei pot-pourri per profumare gli ambienti e freschi come decorazione profumata delle misticanze ma anche per fare confetture (come da tradizione dell’Europa dell’Est), anche se il forte profumo le rende un po’ più stucchevoli della confettura fatta con i cinòrrodi, che ci piace decisamente di più.

Istruzioni per l’uso: abbiamo parlato di cinòrrodi e acheni, termini botanici che non tutti conoscono. I primi, tipici della rosa, sono in realtà dei falsi frutti che non derivano dall’ovario (cioè la parte del pistillo che contiene gli ovuli che, dopo essere stati fecondati si trasformano in frutti) ma dal ricettacolo ingrossato (cioè l’asse sul quale sono inserite tutte le parti del fiore). Gli acheni invece sono una particolare forma di frutti secchi indeiscenti, cioè che non si aprono a maturità (come la noce per esempio), mentre tra quelli che si aprono a maturità, detti deiscenti, ci sono per esempio tutti i baccelli dei legumi.

Le erbe nell’arte: cominciamo ora un’altra rubrichetta dedicata alle erbe “dipinte”, cioè quelle rappresentate in molte opere artistiche. La prima che vorrei sottoporvi è di Albrecht Dürer (1471-1528) il grande pittore rinascimentale tedesco che nel 1503 dipinse un acquerello, La grande zolla (si trova a Vienna nella “Graphische Sammlung Albertina”), in cui si nota la sua precisione realistica, veramente botanica e scientifica, nel disegnare una piccola porzione, una zolla, di un mondo vegetale scomposto, fatto di diverse erbe intrecciate fra di loro ma che evidentemente conosceva bene. Tra le erbe spontanee che si riconoscono, abbiamo la piantaggine (Pantago major), la margherita (Bellis perennis), l’achillea (Achillea millefolium) e alcune graminacee; noterete senz’altro il tarassaco o dente di leone o piscialletto (Taraxacum officinale), di cui abbiamo già parlato lo scorso novembre.

Ma quello che è soprattutto interessante in questo acquerello è il punto di vista: non è dall’alto in basso ma è allo stesso livello dell’erba, come se l’artista si fosse sdraiato per terra per porre queste umili erbe al suo stesso livello visivo e, aggiungerei, umano. Da menzionare poi che gli attributi iconografici del tarassaco, cioè un bel fiore giallo o il pappo (la sua caratteristica appendice piumosa chiamata volgarmente soffione), che da un punto di vista estetico avrebbero fatto la loro figura, non sono presi in considerazione da Dürer che si dimostra minimalista-realista nel tratteggiare tre umili boccioli di tarassaco in un contesto variegato di diverse erbe, slegate da qualsiasi simbologia che spesso invece caratterizza nei dipinti la presenza di molte piante e fiori.

“La grande zolla”, l'acquerello di Albrecht Dürer
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